Di Luca Franceschi
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Il fiscal drag rappresenta un’imposta occulta che colpisce i contribuenti quando c’è inflazione. Si tratta di un meccanismo attraverso il quale un sistema tributario non indicizzato all’inflazione genera un prelievo più pesante su redditi che crescono solamente in termini nominali, mentre vedono diminuire il loro potere d’acquisto reale. In questo modo, lavoratori dipendenti e pensionati si trovano a pagare più tasse senza essere diventati effettivamente più ricchi.
Il Partito Democratico ha avanzato più volte la proposta di introdurre la piena indicizzazione dell’Irpef per eliminare questo fenomeno, presentandola anche nella legge di bilancio per il 2026, ma le richieste sono rimaste invariabilmente disattese.
Quello che rappresenta una novità significativa è che il Governo stesso ha ora confermato ufficialmente il fenomeno nella relazione tecnica allegata alla legge di assestamento del bilancio, mettendo nero su bianco una realtà che era stata a lungo denunciata dall’opposizione. Secondo la documentazione governativa, il fiscal drag produce effetti positivi sui conti pubblici, non solamente per il 2026, ma anche per gli anni 2025 e 2024.
La mancata indicizzazione dell’Irpef, secondo le disposizioni delle regole europee, equivale di fatto a un aumento delle aliquote fiscali. Questa situazione ha comportato che la legge di assestamento registri un significativo miglioramento del quadro dei conti pubblici rispetto alle stime precedentemente contenute nel Documento di finanza pubblica dello scorso aprile. Nonostante un peggioramento dell’aggregato della spesa netta pari a 1,8 miliardi di euro, corrispondente a 0,2 punti di PIL, i conti risultano compatibili con il percorso di spesa netta previsto nel Piano strutturale di bilancio per il 2026.
Il risultato pratico è che a pagare il prezzo di questo equilibrio di bilancio sono sempre i medesimi soggetti: i lavoratori dipendenti e i pensionati.
