Di Luca Franceschi
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Il vicepresidente del Movimento 5 Stelle Stefano Patuanelli ha definito surreale la situazione che si sta consumando in queste ore sul tema del Patto di stabilità. Da un lato la Lega che chiede a gran voce l’abbandono del Patto, dall’altro lo stesso Governo che quello stesso accordo lo ha negoziato, accettato e sottoscritto formalmente.
I fatti parlano chiaro. Il nuovo Patto è stato oggetto di negoziazione nel dicembre 2023 con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e successivamente firmato ufficialmente nell’aprile 2024 dal sottosegretario leghista Luigi D’Eramo. Non si tratta di tecnici senza volto, ma di esponenti politici di primo piano della stessa forza politica che oggi simula una posizione di opposizione.
La questione che emerge è quindi evidente: di cosa si sta realmente discutendo? Ci troviamo di fronte a una forza politica che prima appone la propria firma su un documento e poi chiede di cancellare ciò che ha sottoscritto. Ma il problema va oltre la semplice ipocrisia. Si tratta di un’assurdità sia dal punto di vista economico che istituzionale.
L’idea di abbandonare unilateralmente il Patto non rappresenta una posizione politica sensata: è un controsenso. Il Patto non è materia di opinione, ma un accordo europeo con valore vincolante. Non esiste alcuna possibilità di uscirne attraverso una dichiarazione unilaterale, se non mettendo radicalmente in discussione l’intero assetto europeo e monetario.
Qui emerge il vero nodo della questione: o si sta facendo semplice propaganda, oppure bisogna avere il coraggio di dire apertamente che si vuole rimettere in discussione l’euro. Tutto il resto è solo cortina fumogena. Dopo un’intera legislatura in cui la destra ha progressivamente smantellato ogni strumento per la crescita, ogni incentivo rivolto alle imprese, ogni meccanismo di sviluppo, sentir parlare oggi di iniziative unilaterali risulta preoccupante.
Senza dimenticare che questa stessa maggioranza esprime uno dei vicepresidenti della Commissione europea che tanto ostentano di criticare, Raffaele Fitto: a questo punto dovrebbero avere la coerenza di ritirarlo.
Anche sul tema dello scostamento di bilancio ci si trova davanti a un paradosso. Si propone di creare deficit in modo autonomo, senza un coordinamento a livello europeo. Ma dopo quattro anni di crescita praticamente nulla, con il rapporto debito-PIL peggiorato proprio perché è stato compromesso il denominatore, si può davvero pensare che i mercati finanziari restino indifferenti? E poi: lo scostamento per quale finalità? Per acquistare armamenti? Per rincorrere l’obiettivo NATO del 5 per cento evocato da Donald Trump? Oppure per finanziare il piano Rearm EU, anch’esso negoziato e accettato da questa maggioranza?
In assenza di crescita economica non può esistere alcuno spazio fiscale di manovra. Ed è proprio qui che si manifesta la responsabilità più grave del Governo guidato da Giorgia Meloni: aver accettato un impianto normativo che oggi viene ripudiato a parole, dopo averlo sottoscritto nei fatti. Una linea economica priva di coerenza che prima vincola il Paese e poi cerca di scaricare su Bruxelles la responsabilità delle proprie decisioni.
Nel frattempo si alimenta una narrazione pericolosa: vengono promesse scorciatoie inesistenti, si fa credere che sia sufficiente decidere per liberarsi dai vincoli europei, si costruisce consenso su pure illusioni. La verità è molto più lineare e molto più difficile da accettare: il Movimento 5 Stelle non si stancherà mai di ribadirlo, anche a costo di andare contro tutti quei commentatori sempre pronti a invocare austerità e che fino a ieri elogiavano questo Governo per aver, secondo loro, risanato i conti pubblici. Senza crescita economica non può esistere alcuna sostenibilità né credibilità del debito pubblico. E senza credibilità non esiste alcuno spazio di manovra.
Tutto il resto sono propaganda politica, manovre tattiche, titoli a effetto sui giornali e qualche ben orchestrata partecipazione televisiva di personaggi privi di competenza e sostanza.
