Di Luca Franceschi
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Sulla vicenda dei 500 voli partiti dalle basi italiane a supporto dell’operazione statunitense contro l’Iran si sta consumando un dibattito surreale. Prima Mark Rutte ha dichiarato che dalle basi presenti in Italia sono decollati circa 500 voli di supporto all’operazione. Poi il Ministero della Difesa ha replicato sostenendo che l’Italia autorizza esclusivamente attività previste dai trattati e che escludono operazioni di combattimento. Infine la NATO è intervenuta precisando che il segretario generale si riferiva ad attività di supporto logistico e assistenza tecnica.
Eppure il punto politico resta esattamente lo stesso. Anche assumendo per buone queste frenetiche precisazioni, e cioè che nessun velivolo partito dall’Italia abbia svolto attività “cinetiche”, cioè di attacco diretto, resta una domanda semplice: quale valenza strategica hanno avuto ben 500 voli partiti dal territorio italiano?
Le guerre moderne non si combattono soltanto con gli aerei che sganciano bombe. Servono rifornimenti in volo, trasporto di personale e materiali, intelligence, sorveglianza, comunicazioni, coordinamento operativo e supporto logistico.
In altre parole, esiste una differenza giuridica tra partecipare direttamente a un’azione militare e fornire il supporto necessario affinché quell’azione possa essere realizzata. Ma dal punto di vista politico la distanza è molto meno netta.
Se davvero dalle basi italiane sono partiti centinaia di voli di supporto, la questione non è stabilire se l’Italia abbia premuto o meno il grilletto. Rutte forse ha parlato troppo. Forse ha parlato per opportunità politica. Forse ha semplicemente detto più di quanto qualcuno avrebbe voluto.
Ma una cosa l’ha sicuramente fatta: ha svelato una gigantesca ipocrisia che oggi nessuna precisazione burocratica riesce più a nascondere.
Così si è espresso il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli attraverso i social.
