Di Luca Franceschi
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Dopo il caso gravissimo di Collio, che aveva riportato all’attenzione il fenomeno delle cosiddette “spose bambine”, il territorio bresciano è nuovamente colpito da un fatto sconvolgente. Si tratta di anni di violenze perpetrate ai danni di una figlia minorenne, rimasta incinta a seguito degli abusi subiti. Un padre è stato arrestato per quanto accaduto. Una bambina è stata tradita e devastata da chi avrebbe dovuto proteggerla e garantirne l’incolumità.
Non si tratta di episodi isolati, ma di atti di violenza brutali contro minori che richiedono un’attenzione particolare. Non esiste cultura, tradizione o contesto che possa giustificare l’abuso o la negazione dei diritti fondamentali di una bambina. Le “spose bambine” non rappresentano una tradizione: costituiscono una chiara violazione dei diritti dell’infanzia.
La violenza non può essere considerata identità culturale: è reato. Non può essere ignorato che anche in questi casi gli autori non sono bresciani e provengono da contesti culturali diversi. Questo dato di fatto non significa alimentare contrapposizioni sterili, ma ribadire un principio chiaro e inderogabile: chi vive in Italia deve rispettare le leggi italiane e i valori fondamentali di tutela dell’infanzia e della dignità della donna.
Come componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, si ritiene necessario un intervento immediato e coordinato. Per questo motivo sarà richiesto formalmente al Prefetto di Brescia la convocazione di un tavolo istituzionale che veda riuniti Prefettura, Forze dell’ordine, Procura, ATS, servizi sociali e scuola. È un passaggio indispensabile per rafforzare la prevenzione, intensificare i controlli e garantire una tutela concreta delle minorenni sul territorio.
