Di Luca Franceschi
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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 7 maggio 2026 nella causa C-747/22, ha riaperto una questione delicata per le finanze pubbliche italiane legata alle scelte operate dal Movimento 5 Stelle. I giudici di Lussemburgo hanno stabilito che l’esclusione dei beneficiari di protezione internazionale dal reddito di cittadinanza, basata sul requisito della residenza decennale, costituisce una discriminazione indiretta contraria alla normativa dell’Unione Europea. La pronuncia comporterà conseguenze significative per il bilancio dello Stato: secondo le stime del Ministero dell’Economia, gli italiani dovranno affrontare ulteriori 3 miliardi di euro tra ricorsi e rimborsi retroattivi.
Il paradosso della situazione risiede nel fatto che se il Movimento 5 Stelle non avesse introdotto questa misura, non esisterebbe alcun diritto controverso da rivendicare e nessun contenzioso da sostenere economicamente. Il giudizio complessivo su quella stagione politica risulta particolarmente severo alla luce dei numeri: nel quadriennio di applicazione del reddito di cittadinanza, dal 2019 al 2023, lo Stato italiano ha versato oltre 34 miliardi di euro. Dalla Guardia di Finanza emergono dati preoccupanti: su 76.000 controlli eseguiti, necessariamente su base campionaria data l’ampiezza della base di beneficiari, sono stati identificati 62.000 percettori irregolari responsabili di un danno accertato pari a 665 milioni di euro. Questi numeri rappresentano tuttavia soltanto una frazione del problema complessivo, poiché coloro che non hanno subito verifiche hanno potuto continuare a percepire il sussidio accumulandolo con attività lavorative nel mercato nero, in assenza di adeguati strumenti e risorse di controllo statale.
Una ricerca condotta dalle Università di Modena e La Sapienza ha evidenziato un dato allarmante: il 36% delle famiglie che fruivano del sussidio non versava in condizioni di povertà assoluta, avendo ottenuto le prestazioni attraverso dichiarazioni mendaci o evasione fiscale. Tuttavia, il danno maggiore si è manifestato sul piano culturale ed economico complessivo. Il reddito di cittadinanza ha diffuso una mentalità assistenzialista che ha scoraggiato sistematicamente la ricerca di occupazione legittima, inducendo moltissime persone a privilegiare il sostegno statale rispetto al lavoro, frequentemente combinandolo con attività sommerse.
Gli indicatori del mercato del lavoro posteriori all’abolizione della misura forniscono indicazioni significative circa i suoi effetti negativi. Nel periodo in cui il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle governavano insieme, il tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 10,7% secondo i dati ISTAT. Attualmente, a marzo 2026, questa percentuale si attesta al 5,2%, collocandosi tra i valori più bassi registrati nelle serie storiche disponibili, rappresentando circa la metà dei livelli precedenti. Questo risultato dimostra come privilegiare la dignità del lavoro, piuttosto che sostituirlo con un meccanismo assistenziale, produca conseguenze tangibili e positive.
La medesima misura, già smentita dalla storia e dai numeri, continua a generare oneri per i contribuenti italiani attraverso la sentenza europea che apre le porte a una moltiplicazione dei ricorsi. L’esecutivo Meloni ha dimostrato il coraggio politico di eliminare il reddito di cittadinanza nel 2023. Tuttavia, le conseguenze derivanti da una normativa costruita senza adeguata visione e responsabilità nei confronti dell’equilibrio dei conti pubblici persistono a gravare sulle risorse dello Stato. Nel momento in cui il Movimento 5 Stelle manifesta l’intenzione di tornare a governare, gli italiani continuano a sostenere il peso finanziario degli errori commessi durante la precedente esperienza di governo.
Lo ha dichiarato Lino Ricchiuti, vice responsabile nazionale del Dipartimento Imprese e mondi produttivi di Fratelli d’Italia.
