Di Luca Franceschi
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Fratelli d’Italia ha puntato il dito contro il Movimento 5 Stelle, accusandolo di diffondere notizie false e di dimostrare una scarsa conoscenza della materia legale, in particolare su questioni riguardanti il sistema carcerario e le misure alternative alla detenzione.
I componenti del partito nella Commissione parlamentare Antimafia hanno sollevato dubbi sulla competenza dei parlamentari pentastellati in materia di giustizia, sottolineando come persino gli ex magistrati eletti nelle loro file sembrino non comprendere adeguatamente chi sia autorizzato a concedere la semilibertà o i permessi premio.
Nel comunicato, Fratelli d’Italia spiega che la semilibertà rappresenta una misura alternativa impropria, poiché il condannato rimane formalmente in stato di detenzione e il suo reinserimento nella società è solo parziale. La disciplina di questa materia è contenuta nell’articolo 48 dell’Ordinamento Penitenziario, e il provvedimento viene concesso mediante ordinanza del Tribunale di sorveglianza.
Il partito critica duramente il Movimento 5 Stelle per la tendenza a riferirsi costantemente al governo quando la gestione di queste misure non rientra nelle sue competenze. Secondo Fratelli d’Italia, questa pratica ripetuta tradisce una combinazione di ignoranza e malafede particolarmente grave.
La nota dei deputati non si limita al tema della semilibertà, ma allarga la critica anche ad altre questioni relative alla lotta alla mafia. In particolare, Fratelli d’Italia contesta la posizione del M5S riguardante la mancanza di denunce nel racket, accusandolo di attribuire erroneamente al governo responsabilità che non gli competono.
I rappresentanti di Fratelli d’Italia invitano gli esperti di giustizia del Movimento 5 Stelle a consultare le audizioni della Commissione Antimafia, suggerendo che potrebbero scoprire come il movimento sia stato tradizionalmente assente da questi dibattiti. Secondo il comunicato, i veri problemi in materia di esecuzione penale sarebbero rappresentati dalla burocrazia, dalle contraddittorietà delle sentenze e dai tempi eccessivi dei procedimenti, piuttosto che da una supposta negligenza dell’esecutivo.
