Di Luca Franceschi
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Una fiera del libro rappresenta uno spazio che dovrebbe incarnare pienamente la libertà delle idee, il confronto costruttivo e la libera circolazione del pensiero. In questo contesto, appare decisamente sconcertante la scelta di subordinare la partecipazione degli editori a una sorta di “patentino antifascista”, imponendo una dichiarazione ideologica preventiva come requisito necessario per l’accesso.
La cultura, per sua natura, cresce e si sviluppa attraverso il confronto, anche quando assume toni aspri, tra sensibilità e prospettive diverse. Chi ha timore del confronto? Chi trasforma un evento culturale in un tribunale delle opinioni e in uno spazio riservato esclusivamente a coloro che sottoscrivono preventivamente un determinato manifesto politico?
Nel momento in cui la cultura smette di essere aperta e inclusiva e diventa selettiva sulla base dell’appartenenza politica, perde inevitabilmente la sua funzione essenziale: essere il luogo in cui il pensiero può esprimersi in modo libero, senza dover chiedere autorizzazioni preventive o sottoporsi a vaglio ideologico.
Risulta evidente come una parte della sinistra continui a considerare la cultura un terreno da presidiare ideologicamente, avanzando la pretesa di stabilire chi possa parlare e chi debba invece essere escluso. È una tentazione che richiama una concezione egemonica e intollerante del dibattito pubblico, del tutto incompatibile con una società realmente pluralista e democratica.
La libertà delle idee si difende efficacemente accettando il confronto, non cercando di mettere a tacere coloro che la pensano diversamente. Questa la posizione espressa dalla senatrice di Fratelli d’Italia Cinzia Pellegrino.
