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FDI – FRATELLI D’ITALIA * CAMERA: «TERREMOTO FRIULI. MARCHETTO ALIPRANDI (FDI): CHIESERO RESPONSABILITÀ, NON ASSISTENZIALISMO»

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18.40 - mercoledì 6 maggio 2026

Di Luca Franceschi
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Il 6 maggio 1976 alle 21 il Friuli è stato colpito da un terremoto di straordinaria violenza, che ha provocato 989 morti, 2.607 feriti e ha distrutto 137 comuni. Oltre 100mila persone si sono ritrovate senza una casa. Paesi come Gemona, Venzone e Osoppo sono stati cancellati dalla carta geografica. Quella notte l’Italia scoprì la parola “Orcolat”, il mostro che secondo la leggenda vive sotto la terra friulana, e quella notte sembrò davvero uscire dalle viscere della terra.

A distanza di 50 anni da quel tragico evento, la Camera dei deputati ha voluto ricordare quei momenti drammatici, ma anche celebrare quello che un popolo intero seppe compiere di straordinario. Marina Marchetto Aliprandi, deputato di Fratelli d’Italia, ha sottolineato come il ricordo non sia solo dedicato alla tragedia, ma soprattutto alla risposta che il Friuli diede a quella catastrofe.

Il fulcro del discorso è stato il “Modello Friuli”, una modalità di gestione dell’emergenza che ha rappresentato un’innovazione assoluta. Lo Stato centrale rippose fiducia nei sindaci, i sindaci riporsero fiducia nei cittadini. Per la prima volta l’emergenza fu gestita dal basso, coinvolgendo direttamente le comunità locali. Il Friuli non chiese assistenzialismo, ma responsabilità. Questo modello è rimasto fondamentale e ancora oggi rappresenta la base della Protezione Civile italiana.

La ricostruzione seguì una logica precisa: “dov’era e com’era”, pietra su pietra. La priorità fu data innanzitutto alle fabbriche, poi alle case, infine alle chiese. Prima il lavoro, poi la vita, poi l’identità. È grazie a questa visione che Venzone è diventato Patrimonio UNESCO e Gemona è oggi più bella di prima.

Il Friuli ha anche insegnato all’Italia l’importanza della prevenzione. Dal terremoto del 1976 nacquero le norme antisismiche, la mappatura del rischio sismico e quella cultura della preparazione che ha fatto comprendere come sia essenziale essere “pronti, non solo solidali”.

Mentre si ricordano i 989 nomi che mancano all’appello, il ricordo abbraccia anche i vivi di allora: i sindaci che dormirono nelle tende, i volontari che scavarono a mani nude, gli alpini che portarono le prime brandine, le donne che tennero insieme le famiglie nelle baracche. Il Friuli si rialzò perché scelse la comunità prima dell’individuo. Quella scelta, quella determinazione e quella solidarietà rimangono ancora oggi l’eredità più preziosa di una popolazione che trasformò una tragedia in una lezione di dignità e rinascita.

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