Di Luca Franceschi
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A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, l’Italia continua a ricordare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questi servitori dello Stato furono barbaramente uccisi dalla mafia il 23 maggio 1992, in un attacco che ha segnato profondamente la storia del Paese.
La ferita di quella tragedia rimane impressa nella coscienza nazionale e rappresenta un richiamo costante verso la responsabilità di ciascuno, in particolare delle istituzioni. Tale responsabilità si articola su tre fronti principali: la difesa della legalità, il sostegno a chi combatte la criminalità organizzata e la trasmissione ai giovani dei valori fondamentali quali il rispetto delle regole e il senso civico.
L’insegnamento che proviene dall’esempio di Falcone è chiaro e determinante: la mafia può e deve essere sconfitta. Gli strumenti per questa vittoria sono il coraggio, la competenza e la presenza concreta dello Stato sul territorio. Non si tratta di elementi astratti, ma di mezzi concreti che richiedono impegno e dedizione costanti.
La memoria del sacrificio di Falcone, insieme a quello di tutte le vittime delle mafie, non deve trasformarsi in un semplice rito formale, destinato a ripetersi anno dopo anno senza sostanza. Al contrario, essa deve costituire un impegno vivo e concreto, da rinnovare quotidianamente attraverso azioni concrete e politiche efficaci contro la criminalità organizzata. È questa la vera eredità che le istituzioni e la società civile devono portare avanti.
