(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Ad Andrea Zanotti
Gentile e caro Andrea Zanotti,
Credo ci sia un tratto che lega, al di là dei suoi personali interessi, il diritto canonico e Fondazione Golinelli, il Collegio dei Fiamminghi e FBK, l’accademia e il palcoscenico. Un tratto che dice qualcosa di lei e del suo agire pubblico, e che senz’altro spiega anche perché suoi estimatori si siano organizzati per sollecitare me e la Giunta comunale a ritrovarci qui, oggi, per questa cerimonia.
Di quel tratto, o meglio, della parola che a mio parere lo identifica facciamo oggi per lo più un uso distratto, ma non dovremmo. Mi riferisco alla parola “istituzioni”. La forma del suo impegno, nonostante l’ecletticità della sua curiosità intellettuale, si è infatti spesso intrecciata con le vicende di una istituzione. Il suo impegnarsi, potremmo dire, ha trovato dimora, si è collocato, è stato posto a servizio di realtà, enti, contesti istituzionali.
Non si tratta, è evidente, dell’interesse per una posizione da ricoprire o di un ruolo al quale ambire, quanto il ricercare modalità attraverso le quali l’impegno personale potesse avere come obiettivo parallelo anche quello di rafforzare realtà organizzate, spazi comuni, luoghi codificati che le persone riconoscessero.
Mi torna allora alla mente l’ammonimento di un suo illustre collega e mio professore all’università di Trento, Pierangelo Schiera, che richiamava in aula noi apprendisti sociologi e i nostri concetti talvolta pindarici con la frase: “Ricordatevi che le idee, senza le istituzioni, servono solo a farsi vento”.
Penso allora che proprio per non farsi solo vento o, detta senza licenze, per non indirizzare il proprio impegno alla sola soddisfazione o gratificazione personale, lei abbia scelto di incanalarlo in strutture, enti, luoghi formalizzati capaci di durare nel tempo, di resistere alle stagioni, di accompagnare le persone durante la loro vita. Così facendo, penso che lei abbia fatto bene alla città e abbia contribuito alla buona salute di quelle istituzioni, formali e informali, che irrobustiscono la comunità, le danno una fisionomia, contribuiscono a definirne lo spirito.
Penso agli anni in cui lei è stato consulente del sindaco e dell’assessore alla cultura di questo comune, all’istituzionalizzazione della ricorrenza del 450° anniversario del Concilio di Trento con l’indizione di un Concilio delle Città che coinvolse più di cento municipi; alle Cene benedettine, che rievocavano l’antica tradizione dei frati che abitavano la destra Adige e trasformavano il Doss Trento in uno luogo di riflessione e condivisione; penso al suo lavoro nel Consiglio di Amministrazione e nella Giunta Esecutiva dell’Istituto Trentino di Cultura, la più importante istituzione culturale della Città e della Provincia, incubatrice dell’Università di Trento; e poi al suo contributo come presidente del Consiglio di amministrazione della fondazione di ricerca dedicata a Bruno Kessler che dell’ITC raccolse la peculiare eredità multidisciplinare.
Mi riferisco anche, ed è lavoro che giunge fino a questi giorni, al suo impegno come presidente del Coro della SOSAT, del quale abbiamo da poco festeggiato i cento anni dalla fondazione: un secolo durante il quale, anche grazie alla coralità, è maturato l’immaginario che i cittadini hanno della montagna, rendendolo più democratico, sottraendolo alle prerogative della sola classe agiata o aristocratica.
Ciascuna di queste istituzioni è stata un luogo – ed è un secondo aspetto del suo impegno che oggi voglio ricordare – capace di creare appartenenza.
Mi ricordo di aver letto una sua intervista sul valore dell’appartenenza quando ancora non ero stato eletto sindaco. E di esserne stato intrigato e intimorito allo stesso tempo. Intrigato perché sentivo allora – e verifico tutti i giorni oggi – l’importanza nella vita delle persone dell’appartenere a qualcosa, e per contro lo spaurimento di molti quando percepiscono che la società in cui vivono si è sfilacciata e si fa liquida. Intimorito perché credo e lavoro per una città plurale, aperta alle fedi e alle culture, e non potevo non vedere, allora e oggi, la scorciatoia reazionaria, aggressiva, escludente che certi richiami identitari e all’appartenenza rischiano di generare.
Oggi so che quelle speranze e quelle paure sono anche sue, ne abbiamo parlato più volte. Ma le va reso il merito di aver scelto di imboccare con coraggio un sentiero non semplice, ricordando e ribadendo che mantenere la propria cultura in un mondo globalizzato non significa necessariamente promuovere un’idea di società frammentata e divisa.
Può significare anche – parafrasando il pensiero di uno storico illustre e suo buon amico, Paolo Pombeni – considerare che se le società contemporanee stanno perdendo il loro idem sentire, ovvero quell’insieme di valori, interpretazioni e memorie condivise che le hanno caratterizzate, solo un lavoro virtuoso di opinione pubblica e di elaborazione culturale diffusa può aiutarci a ricreare quella coscienza condivisa che fa di un gruppo di persone una collettività stabile e quindi una comunità di destini.
Sono temi attuali e delicati rispetto ai quali lei si è posto, a Trento, come un intellettuale vero, mettendo a disposizione il proprio pensiero in modo disinteressato e libero.
Caro Andrea Zanotti, è per queste ragioni che la città intera vuole testimoniare la propria amicizia e la propria stima nei suoi confronti. È per questo che, raccogliendo le sollecitazioni e l’affetto di numerosi Suoi amici ed estimatori, sono onorato di consegnarle l’antico sigillo della città: l’Aquila ardente di San Venceslao.

