(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Vigilanza bancaria, Ambrosi (FdI): la crisi Signa svela le fragilità del sistema europeo di controllo
“La vicenda del gruppo Signa non rappresenta soltanto un caso industriale o finanziario, ma evidenzia una criticità strutturale nei meccanismi di vigilanza bancaria e finanziaria a livello europeo. Il gruppo, fondato dall’imprenditore austriaco René Benko, si è sviluppato negli anni come uno dei principali conglomerati immobiliari europei, con investimenti rilevanti in Europa e negli Stati Uniti, tra cui il Chrysler Building di New York e il progetto Elbtower ad Amburgo, operando attraverso una struttura societaria estremamente articolata e caratterizzata da un elevato livello di indebitamento. Il sistema ha accumulato debiti per circa 15 miliardi di euro, costruiti su una rete complessa di società, relazioni infragruppo e un massiccio ricorso alla leva finanziaria, configurando un modello fortemente esposto e vulnerabile.
A partire dal 2023 il gruppo è stato interessato da una grave crisi di liquidità, determinata da fattori macroeconomici — tra cui l’aumento dei tassi di interesse e il rallentamento del mercato immobiliare — ma anche da criticità strutturali legate alla governance e alla gestione finanziaria.
Particolarmente rilevante è quanto emerso da ricostruzioni della stampa locale (Salto, 13 marzo 2026), secondo cui una serie di indizi farebbe ritenere che René Benko, poco prima del fallimento, abbia sottratto liquidità e beni al patrimonio del gruppo Signa, facendoli confluire in conti situati in Liechtenstein, Lussemburgo e Svizzera, riconducibili alla fondazione Laura Privatstiftung. La fondazione, che porta il nome della figlia di Benko e di cui risulta beneficiaria la madre Ingeborg Benko, avrebbe rappresentato anche un punto di riferimento per una parte delle attività riconducibili a Signa Italia.
Secondo le medesime ricostruzioni, a tale fondazione sarebbero confluite risorse derivanti anche dalla gestione e dalla successiva dismissione di patrimoni del gruppo in Italia. In questo contesto viene richiamata la figura del commercialista bolzanino Heinz Peter Hager, coinvolto nella struttura italiana e nel consiglio di fondazione della Laura Privatstiftung, che, a seguito del fallimento, avrebbe gestito operazioni di vendita di asset con liquidità confluita nella fondazione stessa. Tra gli elementi emersi vi sarebbe inoltre il ricorso a beni rifugio, quali lingotti d’oro, a conferma di una gestione patrimoniale caratterizzata da elevata opacità e difficoltà di tracciabilità.
Tali elementi, se confermati, delineano un quadro estremamente grave e pongono interrogativi rilevanti sull’efficacia dei sistemi di controllo e di vigilanza, sia a livello nazionale che europeo.
Il dato sistemico appare evidente anche sul piano bancario. L’esposizione del sistema bancario europeo nei confronti del gruppo Signa supera complessivamente i 2 miliardi di euro, coinvolgendo istituti di primaria rilevanza come Raiffeisen Bank International, Commerzbank, Deutsche Bank e diverse Landesbanken. Per quanto riguarda l’Italia, emerge un’esposizione significativa pari a circa 600 milioni di euro per UniCredit, circa 6 milioni di euro per Raiffeisen Landesbank Alto Adige e circa 300.000 euro per Raiffeisenkasse Bolzano, oltre a ulteriori coinvolgimenti riconducibili a operatori locali. Numeri che dimostrano come anche il sistema italiano, pur non essendo tra i più esposti in Europa, sia direttamente coinvolto, con possibili ricadute sulla stabilità del credito e sulla capacità di sostegno a famiglie e imprese.
La presenza del gruppo in Italia ha interessato diversi progetti immobiliari di rilievo, con particolare concentrazione nel Nord del Paese, tra cui WaltherPark a Bolzano, l’Hotel Bauer a Venezia e asset nell’area del Lago di Garda. A fronte delle criticità generate dalla crisi, interventi tempestivi di operatori e investitori terzi hanno consentito di salvaguardare alcune iniziative strategiche. In particolare, il progetto WaltherPark è stato portato a termine e sottratto agli effetti della crisi grazie all’ingresso di nuovi operatori, evitando conseguenze economiche rilevanti per il territorio. Resta tuttavia evidente come un conglomerato con 15 miliardi di debiti, articolato su più ordinamenti e caratterizzato da strutture societarie complesse e flussi finanziari difficilmente tracciabili, sia cresciuto per anni senza che emergessero tempestivamente adeguati segnali di allerta.
Proprio alla luce di questi elementi nasce l’interrogazione parlamentare presentata, con l’obiettivo di fare piena chiarezza sul ruolo e sull’efficacia dei sistemi di vigilanza bancaria e finanziaria, sia a livello nazionale che europeo. Quando un gruppo accumula oltre 15 miliardi di euro di debiti, opera attraverso strutture societarie complesse distribuite su più Paesi e coinvolge il sistema bancario europeo per oltre 2 miliardi di euro, non ci troviamo di fronte a un semplice fallimento imprenditoriale, ma a un caso che interroga direttamente i meccanismi di controllo e prevenzione del rischio sistemico. L’interrogazione è finalizzata a comprendere se le autorità competenti fossero pienamente consapevoli del livello di esposizione e dei rischi connessi, se i flussi finanziari e le operazioni infragruppo siano stati adeguatamente monitorati e se il sistema europeo di vigilanza sia oggi realmente in grado di intercettare per tempo situazioni analoghe.
Perché il punto non è intervenire quando il danno è già prodotto, ma capire perché non si è intervenuti prima. Se un sistema consente la crescita di conglomerati finanziari altamente indebitati, opachi e distribuiti su più giurisdizioni senza adeguati strumenti di controllo, allora il problema non è episodico, ma strutturale. Ed è esattamente su questo che si concentra l’iniziativa parlamentare: riportare al centro il tema della vigilanza bancaria come presidio fondamentale di stabilità economica, tutela del risparmio e sicurezza dei territori.
La vicenda Signa mette in luce limiti evidenti nell’attuale architettura della vigilanza bancaria europea: frammentazione delle competenze tra autorità nazionali ed europee, carenze nel coordinamento e assenza di strumenti realmente integrati di analisi dei dati. Questi fattori possono aver contribuito a ritardare l’individuazione dei rischi, con potenziali effetti sulla stabilità del sistema finanziario e sull’economia reale. Alla luce di quanto emerso appare necessario un rafforzamento concreto dei meccanismi di vigilanza sui gruppi multinazionali complessi, a partire da una maggiore trasparenza delle strutture societarie, dalla piena tracciabilità delle esposizioni finanziarie e da un coordinamento più efficace tra autorità nazionali ed europee.
Risulta inoltre fondamentale investire in strumenti avanzati di monitoraggio e analisi, anche attraverso l’impiego di tecnologie innovative e soluzioni di intelligenza artificiale, al fine di individuare precocemente segnali di rischio sistemico. La dimensione europea del fenomeno impone un salto di qualità nella vigilanza: non è più accettabile che gruppi di questa portata operino su scala transnazionale mentre i controlli restano frammentati e disomogenei. Quando crisi di tale entità si manifestano, gli effetti si riversano inevitabilmente su banche, imprese, lavoratori e territori, rendendo indispensabile un sistema di vigilanza all’altezza della complessità dei mercati finanziari contemporanei.
La stabilità finanziaria non è un tema tecnico riservato agli addetti ai lavori, ma una condizione essenziale per la tutela del risparmio, la competitività delle imprese e la sicurezza economica del Paese.”
È quanto dichiara la deputata di Fratelli d’Italia Alessia Ambrosi.
