(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Riflessioni per la Giornata dell’Autonomia. La cosa più incredibile, nella ricorrenza del 5 settembre che da qualche anno siamo usi festeggiare come “Giornata dell’Autonomia”, è che, dovendo raccontare di che cosa si tratta, non dovremmo rivolgerci ai giovani, come solitamente si fa, o si usa dire di voler fare, ma anche ai vecchi. Proprio così, incredibile ma vero!
Infatti, quanti trentini (tirolesi meridionali) conoscono le vicende storiche, le ragioni, le rivendicazioni che portarono all’accordo di Parigi tra Degasperi e Gruber del 5 settembre 1946, all’origine dello Statuto di Autonomia? Mediamente i nostri conterranei hanno un’idea dell’autogoverno di Bolzano, che attribuiscono a motivazioni etnico-linguistiche, ma nella migliore delle ipotesi essi, pur sapendo che l’autogoverno concerne anche Trento, non ne indagano le ragioni, accontentandosi di conoscere in quali circostanze esso possa portare vantaggi economici, contributi all’impresa, alla ristrutturazione della casa ecc.
A ben pensare non vi è molto da meravigliarsi, perché le classi dirigenti che hanno per decenni governato questa provincia se ne sono ben guardate dal diffondere nella popolazione una cultura dell’Autonomia e della sottesa identità, tutte prese, al contrario, dal chiarissimo obiettivo politico della redenzione di popolazioni che, come a suo tempo affermato dal Battisti, dovevano essere trasformate in italiane, essendo tali solo per lingua. E tuttavia l’Autonomia, benché volutamente privata delle solide fondamenta identitarie, in qualche modo ha retto, anche per Trento, pur tra mille attacchi esterni, incomprensioni, difficoltà.
In effetti, un Trentino/Tirolo meridionale protetto e beneficiato da Degasperi (che peraltro si era autodefinito “trentino prestato all’Italia”) e dalla Democrazia Cristiana, che in cambio del “favore autonomistico” e relativi denari (tasse prodotte in loco ed ivi ritrasferite) si sarebbe lasciato addomesticare ed avrebbe tributato gli onori dell’obbedienza incondizionata, aveva fatto comodo non solo al partito di Degasperi, ma anche a tutti i partiti nazionali.
Con questa piega, presa fin dall’inizio, cioè a partire dagli anni 50 del secolo scorso, l’Autonomia di Trento, a differenza dell’Autonomia di Bolzano, si è ben presto trasformata in una sorta di bancomat, ed il Trentino/Tirolo meridionale in una sorta di laboratorio nazionale in cui sperimentare, nel piccolo, politiche nazionali finanziate dalle casse provinciali. In questo modo l’Autonomia di Trento ha cercato di giustificarsi agli occhi della nazione e, tutto sommato, ha tirato avanti, fino ai giorni nostri.
Ma, diversamente da quanto avvenuto a Bolzano, a Trento l’Autonomia non ha prosperato e non si è trasformata in asset strategico per lo sviluppo socio-economico o, nella migliore delle ipotesi, lo ha fatto solo in minima parte: essa, infatti, ha fin da subito smarrito le proprie profonde ragioni di servizio al rafforzamento dell’identità e del senso di appartenenza delle popolazioni al proprio territorio, che erano chiarissime nelle intenzioni dei padri fondatori, raccolti nel più grande movimento di popolo (100.000 tesserati su 380.000 abitanti!) che questa terra abbia mai avuto, cioè l’Associazione Studi Autonomistici Regionali (ASAR). L’Autonomia, poi, si è lasciata ridurre nell’angolo del contesto provinciale, rinnegando con troppa facilità le rivendicazioni regionaliste dei padri fondatori e rinunciando alle opportunità di crescita nell’originario contesto, per l’appunto regionale, più ampio e stimolante, anche culturalmente.
Chiaro dunque che, in questi 79 anni dall’accordo italo-austriaco di Parigi, la conseguente Autonomia di Trento si è per lo più trascinata sul piano inclinato della propria sempre più difficile legittimazione ed oggi appare notevolmente indebolita da aggressioni esterne, non solo verbali, anche economiche: si pensi infatti al patto di Milano, alle sempre maggiori elargizioni economiche ai comuni confinanti di altre Regioni ecc.
Per il futuro è dunque urgente il formarsi di una classe dirigente che rompa definitivamente con l’originaria impostazione del passato e, rinnovando lo spirito dell’ASAR, si lasci affascinare anzi, infiammare, dalla voglia di mettere in campo un nuovo progetto autonomistico, basato sulla riscoperta della storia, della memoria e dell’identità del popolo autoctono di questa terra, cioè quel popolo tirolese senza il quale ogni giustificazione per l’autogoverno svanisce, come neve al sole.
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Il Presidente – Franco Beber
Il Portavoce – Paolo Monti
