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PAT – ISPAT * «NEL 2024 IN TRENTINO SONO STATI EROGATI 196.827 TRATTAMENTI PENSIONISTICI A 147.567 SOGGETTI BENEFICIARI»

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14.26 - giovedì 9 aprile 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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La spesa pensionistica in Trentino Anno 2024. Nel 2024 in Trentino sono stati erogati 196.827 trattamenti pensionistici a 147.567 soggetti beneficiari (+0,8% rispetto al 2023). In media ogni trattamento ammonta a 17.980 euro per una spesa complessiva pensionistica pari a 3.539 milioni di euro (+5,8% rispetto al 2023). I soggetti beneficiari hanno percepito una pensione media pari a 23.982 euro all’anno.

L’Istituto di Statistica della provincia di Trento (ISPAT) aggiorna i dati relativi alla consistenza e alla dinamica della spesa pensionistica registrata in Trentino nell’anno 2024. Tali informazioni sono il risultato delle elaborazioni condotte sui dati relativi ai trattamenti pensionistici del “Casellario centrale dei pensionati” gestito dall’INPS. Si tratta, in particolare, dei dati relativi alle prestazioni pensionistiche erogate dagli enti previdenziali – sia pubblici che privati – a beneficiari residenti in Trentino per le seguenti tipologie di trattamento: pensioni di invalidità, pensioni di vecchiaia e anzianità, pensioni di reversibilità, pensioni indennitarie non assistenziali e pensioni di tipo assistenziale (assegni sociali, assegni per invalidità civile e pensioni di guerra).

 Nel 2024 sono stati erogati 196.827 trattamenti pensionistici per una spesa complessiva pari a
3.539 milioni di euro, con un’incidenza sul PIL del 13,6% (+0,5 punti percentuali su base annua). Nell’ultimo decennio la spesa pensionistica è aumentata in termini nominali del 41,3%; rispetto al 2023 l’incremento è stato pari al 5,8% (tavola 1 e figura 1).

 Negli ultimi dieci anni, l’importo medio annuo dei trattamenti erogati ha seguito la traiettoria di crescita della spesa pensionistica, cumulando un incremento del 37,4% rispetto al 2015. Nel 2024 l’importo medio annuo dei trattamenti ha raggiunto i 17.980 euro, con un aumento di 877 euro (+5,1%) rispetto all’anno precedente. La crescita in termini percentuali del 5,1% è strettamente connessa all’adeguamento delle pensioni al costo della vita, necessario a recuperare l’elevata inflazione registrata nel 2023 (pari al 5,4%), i cui effetti si riflettono sulle prestazioni erogate nel 2024, anno in cui, al contrario, l’aumento dei prezzi ha subito un forte rallentamento1 (tavola 1 e figura 1).

 Dinamiche meno regolari hanno caratterizzato il numero complessivo delle pensioni erogate. Dopo la lieve flessione osservata fino al 2016, il volume dei trattamenti ha ripreso a crescere lentamente, stabilizzandosi nel biennio 2022-2023 per poi registrare un aumento dello 0,7% nel 2024. Allargando l’analisi all’intero decennio (2015-2024), la crescita complessiva del numero delle pensioni si è rivelata contenuta (+2,8%), evidenziando come l’espansione della spesa pensionistica totale sia stata trainata quasi esclusivamente dall’incremento degli importi medi pagati, piuttosto che da un reale ampliamento delle prestazioni erogate (tavola 1).

 Analizzando il rapporto tra il numero di prestazioni pensionistiche e i soggetti beneficiari, emerge come il volume degli assegni erogati sia superiore a quello dei beneficiari: in media, infatti, vengono corrisposte circa 1,33 pensioni per ogni beneficiario, in quanto uno stesso soggetto può percepire più di un trattamento. Nel 2024, i pensionati trentini ammontano a
147.567 (1.233 unità in più rispetto al 2023), una quota pari al 27% dell’intera popolazione2. A livello reddituale, ciascun beneficiario percepisce in media 23.982 euro all’anno (1.128 euro in più rispetto all’anno precedente) (tavola 3).

 La scomposizione dei trattamenti pensionistici per tipologia evidenzia la netta preponderanza delle pensioni di vecchiaia e anzianità sia per numero, sia per importo erogato. Pur rappresentando il 67,9% (pari a 133.727 pensioni) del totale dei trattamenti, assorbono l’81,5% della spesa complessiva, caratterizzate da un importo medio che risulta il più alto (pari a 21.560 euro) tra le varie categorie (tavola 2).

 Le pensioni ai superstiti costituiscono quasi un quinto dei trattamenti totali (18,8%), ma presentano un impatto economico differente: la loro incidenza sulla spesa complessiva è infatti pari all’11,8% per effetto di un importo medio più contenuto (11.241 euro) che, tuttavia, va spesso a sommarsi ad una pensione di vecchiaia principale già percepita dallo stesso soggetto (tavola 2).

 Le pensioni di invalidità, pur avendo un’incidenza minore sul totale dei trattamenti (3%), mostrano un importo medio elevato (16.478 euro), in quanto spesso calcolato sulla base dei contributi versati prima dell’insorgere dell’inabilità. Le prestazioni di natura assistenziale e indennitaria, sebbene insieme costituiscano il 10,2% delle prestazioni erogate, assorbono il 4,1% della spesa totale, caratterizzandosi per importi medi più bassi (tavola 2).

 L’analisi del numero delle pensioni per genere evidenzia un netto divario: il numero totale di trattamenti erogati alle donne (pari a 106.204) supera ampiamente quello degli uomini (pari a 90.623). Tuttavia, l’importo medio annuo percepito dalle donne si conferma inferiore: 13.954 euro contro i 22.699 euro degli uomini. Questa sproporzione si traduce in un gap di genere complessivo del 38,5% in sfavore delle donne: ciò significa che l’assegno medio femminile è di quasi il 40% più basso rispetto a quello maschile (figura 2).

 La causa principale di tale divario è rintracciabile osservando l’incidenza percentuale delle diverse tipologie di trattamento all’interno dei due gruppi: il 79,8% delle pensioni erogate ai titolari maschi è costituito da pensioni di vecchiaia e anzianità, prestazioni legate quasi esclusivamente alla carriera lavorativa diretta, con un importo medio che raggiunge i 26.207 euro. Per le femmine, invece, la quota scende al 57,9% a fronte di un importo medio che si ferma a 16.094 euro, spesso legato a carriere lavorative più discontinue e meno retribuite, generando un gap di genere negativo pari al 38,6% per le beneficiarie (figura 2).

 Nelle pensioni di invalidità si osserva lo stesso squilibrio di genere. Sebbene il divario numerico non sia marcato (3.098 per gli uomini, contro 2.719 per le donne, con un’incidenza rispettivamente del 3,4% e del 2,6% sul totale dei propri trattamenti), la differenza negli importi economici risulta sostanziale. Gli uomini, infatti, percepiscono un assegno medio di 18.940 euro, contro i 13.672 euro delle donne, evidenziando un divario pari al 27,8% in sfavore di queste ultime3 (figura 2).

 Il ricorso alle pensioni di natura assistenziale, invece, è più marcato tra le donne (rispettivamente l’8,2% contro il 6,6% per gli uomini), con importi medi più contenuti per entrambi i generi (7.239 euro per i maschi, 6.839 euro per le femmine) e con un differenziale del 5,5% che vede le donne attestarsi su valori nuovamente inferiori. Situazione opposta si osserva per le pensioni ai superstiti e per quelle indennitarie. Nelle prime, grazie alla speranza di vita più alta, le donne rappresentano la maggior parte delle beneficiarie (30,2% contro il 5,5% degli uomini sul totale

dei propri trattamenti) e percepiscono un importo medio superiore (11.926 euro contro 6.840 euro percepiti dagli uomini)4 generando un differenziale a loro vantaggio del 74,3%. Per quanto riguarda le pensioni indennitarie, invece, pur rilevando una presenza femminile più contenuta (rispettivamente l’1,2% contro il 4,7% dei maschi sul totale dei rispettivi trattamenti), si osserva un’analoga dinamica degli importi medi percepiti, che risultano più alti rispetto alla controparte maschile, evidenziando uno scarto positivo del 74,5% (figura 2).

 Le donne beneficiarie di trattamenti pensionistici si confermano la maggioranza (50,5%) nel sistema previdenziale: nel 2024 sono 74.551 contro 73.016 uomini. Tuttavia percepiscono in media un reddito inferiore: una pensionata, sommando tutte le sue entrate previdenziali, arriva in media a 19.856 euro, mentre un pensionato percepisce in media 28.196 euro all’anno (tavola 3).

 L’analisi degli andamenti di lungo periodo permette di evidenziare dinamiche demografiche ed economiche distinte. Nel decennio in esame, il numero totale dei beneficiari è cresciuto del 6,2% passando da 138.942 nel 2015 a 147.567 nel 2024. La scomposizione per genere rivela un andamento a due velocità: pur rimanendo la componente femminile maggioritaria, nel periodo considerato si osserva una progressiva riduzione del divario numerico tra i generi. Se nel 2015 in Trentino le donne beneficiarie superavano gli uomini di 9.290 unità, nel 2024 lo scarto si è ridotto a 1.535 unità.

Tale convergenza è il risultato di due intensità di crescita diverse: a fronte di un lieve incremento del numero delle pensionate (+0,6%), quello dei pensionati ha registrato un’espansione maggiore (+12,6%), riconducibile principalmente al fisiologico turnover generazionale e lavorativo. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, hanno maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia e anzianità le generazioni nate negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, caratterizzate, durante la loro vita attiva, da tassi di occupazione maschili superiori rispetto a quelli femminili. Di conseguenza, il sistema previdenziale sta registrando un ingresso proporzionalmente maggiore di nuovi beneficiari uomini, titolari di pensioni dirette (tavola 3).

 Spostando l’attenzione sulle dinamiche reddituali del periodo in esame, si osserva che l’importo medio percepito dalle donne ha registrato una crescita percentuale più accentuata rispetto a quello degli uomini (il 36,5% contro il 28,2%). Questa dinamica è legata al meccanismo di adeguamento all’inflazione, che va a tutelare in misura maggiore le pensioni più contenute5, favorendo una riduzione del divario di genere in termini relativi: se nel 2015 la pensione femminile era inferiore del 33,9% rispetto a quella maschile, nel 2024 la forbice si è ristretta al 29,6%6 (tavola 3).

 Osservando il dato in termini assoluti, emerge al contrario un aumento del divario economico fra i due generi. Nel 2015, infatti, un pensionato percepiva mediamente 7.448 euro in più all’anno rispetto a una pensionata; nel 2024 questa distanza è salita a 8.340 euro, confermando la persistente asimmetria strutturale che caratterizza i redditi previdenziali (tavola 3).

 L’esame dei beneficiari per fasce di importo rivela che il 21,2% dispone di un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro mensili (in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al 2023). La scomposizione per genere conferma la disparità reddituale già riscontrata tra le due componenti. Guardando alle fasce di reddito più basse, oltre la metà delle beneficiarie (50,6%) percepisce meno di 1.500 euro al mese, un’incidenza che si dimezza (23,5%) tra gli uomini. Il divario è ancora più evidente scendendo sotto la soglia dei 1.000 euro mensili, condizione che interessa il 29,3% delle donne contro il 12,9% degli uomini, con una forte concentrazione femminile (22,4%) nella sola fascia tra i 500 e i 999 euro. Salendo lungo la scala reddituale, quella intermedia tra 1.500 e 1.999 euro agisce da spartiacque, mostrando un’incidenza pressoché paritaria tra i due generi (19,4% per le donne e 19,7% per gli uomini). Situazione opposta per i redditi più elevati, dove il 56,9% degli uomini percepisce un importo mensile superiore ai 2.000 euro, a fronte del 30% delle donne (tavola 4).

 La scomposizione dei beneficiari per classe di età evidenzia ulteriori disparità tra i generi, strettamente legate alle dinamiche demografiche e occupazionali. Nelle classi di età inferiori ai 65 anni si osserva una presenza maschile maggiore: in particolare, la classe tra i 40 e 64 anni assorbe il 18,9% degli uomini rispetto al 12,9% delle donne. Salendo con l’età, la classe tra i 65 e i 79 anni concentra la maggioranza relativa dei pensionati per entrambi i generi, con una predominanza dei maschi (il 55,9% contro il 51,6% delle femmine). La tendenza si inverte nella classe più anziana di età (80 anni e più) dove, grazie alla maggiore speranza di vita, si colloca un terzo delle beneficiarie (33,3%), mentre la quota degli uomini si ferma al 22%. Complessivamente, la popolazione pensionistica femminile si conferma più matura: l’84,9% ha superato i 64 anni di età, contro il 77,9% di quella maschile (tavola 5 e figura 3).

 Considerando il reddito medio percepito sulla base della residenza del beneficiario si osserva, tra le varie zone del Trentino, una distribuzione non uniforme delle pensioni influenzata dalla composizione economica e strutturale che definisce il territorio stesso. Nelle aree caratterizzate da una maggiore presenza di servizi avanzati, di imprese strutturate e occupazioni qualificate, si registrano tendenzialmente pensioni medie più elevate. Viceversa, i territori dove prevalgono servizi a bassa produttività o occupazioni non qualificate o stagionali mostrano importi più contenuti.

Il capoluogo e, in generale, il Territorio della Val d’Adige, principale snodo urbano, amministrativo e produttivo della provincia, mostra i redditi medi da pensione più elevati (27.234 euro annui), risultando l’unica comunità a superare la media provinciale (pari a 23.986 euro). Scendendo lungo la distribuzione, emerge un divario tra i principali centri di fondovalle urbanizzati e le aree più periferiche. Nei poli economici e dei servizi (Vallagarina, Alta Valsugana e Bersntol, Alto Garda e Ledro) i redditi si mantengono su una fascia medio-alta, con importi compresi tra i 23.720 e i 23.915 euro. Per contro, le pensioni medie più basse si concentrano nelle valli a vocazione agricola: la Valle di Cembra si colloca in ultima posizione (21.516 euro), preceduta dalla Val di Non (21.896 euro). Il divario tra l’area più ricca (Val d’Adige) e quella con gli assegni pensionistici minori (Valle di Cembra) supera i 5.700 euro annui (tavola 6).

 

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