(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Era un momento ideale atteso e non più rinviabile l’espressione su suolo altoatesino dei sentimenti di riconoscenza al carabiniere Vittorio Tiralongo, attirato in un vile agguato mortale il 3 settembre del 1964 a Selva dei Molini.
Ucciso dal terrorismo secessionista.
E lo ho promosso, benché sotto una pioggia insistente, proprio sul luogo del monumento dedicato al sacrificio, quello di Salvo D’Acquisto, esempio di carabiniere che dona la sua vita per gli altri.
Come Vittorio Tiralongo.
Era un ragazzo, ha ricordato la figlia Dina che al tempo dell’omicidio aveva un anno.
Aveva i suoi sogni ed era in Alto Adige per mettere pace.
È finita così.
Dopo sessant’anni, il riconoscimento della medaglia d’oro.
I terroristici secessionisti hanno tentato con tutte le loro forze di strappare l’Alto Adige all’Italia, di impedire la pacificazione.
Nonostante il terrorismo, non grazie al terrorismo come qualcuno si ostina ad affermare, nell’autonomia si è trovata la compensazione dei conflitti.
La Repubblica è stata più forte.
E ha vinto.
Dopo la consegna di questa mattina a Trento della medaglia d’oro era necessario un passaggio in Alto Adige.
È stato sobrio, ma sentito.
Alla presenza della figlia Dina, della compagna di vita Franca, dei nipoti.
E di una delegazione sobria e sincera di Fratelli D’Italia.
L’Alto Adige ha ringraziato Vittorio Tiralongo, un carabiniere martire a cui va la nostra riconoscenza.
Oggi sono qui per presentare l’onorificenza ricevuta da mio padre, riconosciuto Vittima del terrorismo.
Dopo questo traguardo importante, ho sentito il bisogno di essere qui, in questo luogo del ricordo.
E il ricordo del sacrificio di un carabiniere eroe, che sento profondamente vicino a mio padre.
Sono qui oggi, finalmente, libera da rabbia o rancori.
Sono serena.
Sono qui, prima di tutto, per ringraziare.
Ringrazio mio padre per la pazienza di questi 62 anni di attesa per questo riconoscimento.
E ringrazio mia madre e chiunque mi abbia supportato in questo lungo impegno.
Sono qui anche con la speranza che i tempi siano più accondiscendenti, per poter presentare mio padre alla collettività.
Sono qui, soprattutto, per chiedere un piccolo sforzo: quello di voler vedere anche oltre la divisa che portava.
Sì, si è sacrificato per la sua divisa, ma non era un manichino: era un ragazzo.
Vittorio, in fin dei conti, era un ragazzo di 24 anni.
Gli è stato chiesto di trasferirsi qui per lavoro.
Era un giovane che aveva imparato ad amare queste valli al punto da decidere di viverci.
Amava le montagne, era uno sportivo, amava sciare.
Anche lui, come tanti, aveva paure, ma era un ottimista.
Aveva fiducia nel futuro.
Non faceva distinzione fra le persone, non gli importava l’estrazione etnica e prendeva il suo lavoro con seneta.
Era stato mandato qui per mantenere la calma, sedare gli animi e difendere chiunque.
E l’ha fatto finché la vita glielo ha permesso.
Ora è il tempo del rispetto, per poterlo ricordare senza sollevare rivendicazioni o rivangare futili depistaggi.
Questo è il passato, si chiude un doloroso capitolo.
Si lascia spazio a chi vuole comprenderne gli errori e trarne gli insegnamenti per migliorare una convivenza.
Questa convivenza è dichiarata ormai da anni, ma è incrinata alla base.
Li si nascondono ancora rancori inutili e riconosciuti dannosi per l’animo umano, come ci insegna la storia in tanti altri eventi analoghi nel mondo.
Vorrei più coraggio da parte di tutti per partire veramente da zero, con condivisione di intenti.
Già questa autonomia è una fortuna per questa regione.
La mia preghiera è: “Si può rendere migliore”.
A mio padre piacerebbe.
Piacerebbe anche a me vedere finalmente che la sua morte ha un senso.
Grazie a tutti.
