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MAURIZIO FRESCHI (FDI) * DDL SU EDUCAZIONE RELAZIONALE A SCUOLA: «L’OBIETTIVO È CONDIVISIBILE, MA SI RISCHIA FRAMMENTAZIONE EDUCATIVA ED ECCESSIVO CARICO ORGANIZZATIVO»

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15.16 - venerdì 16 gennaio 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Educazione relazionale e progettualità nella Scuola. Il disegno di legge sull’educazione relazionale alla parità e al rispetto delle differenze di genere muove da un presupposto che non può e non deve essere messo in discussione: la necessità di contrastare ogni forma di violenza, discriminazione e sopraffazione, promuovendo una cultura del rispetto e della dignità della persona. Questo obiettivo è condivisibile, doveroso e già largamente presente nel quadro costituzionale, normativo e pedagogico che orienta il sistema scolastico. Proprio per questo, però, è legittimo interrogarsi sull’effettiva utilità dello strumento proposto e sulla sua coerenza con i bisogni reali della scuola.

Non va inoltre dimenticato che il principio della pari dignità sociale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini è già sancito con chiarezza dall’articolo 3 della Costituzione, che vieta ogni forma di discriminazione fondata su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Si tratta di un importante fondamento giuridico che non limita il rispetto a una singola categoria o una specifica tematica, ma lo estende all’intera persona, nella sua complessità. Alla luce di tutto ciò ci si dovrebbe chiedere se non sarebbe più coerente e formativamente più efficace investire in un’educazione sistematica ai principi della Costituzione e al suo significato concreto, piuttosto che costruire interventi circoscritti e focalizzati su una singola forma di discriminazione.

Il primo elemento critico riguarda proprio la riduzione del tema della convivenza e della dignità della persona a un singolo ambito, quello delle differenze di genere. Pur richiamando un’ottica “intersezionale”, il dispositivo normativo resta strutturato attorno a un unico asse prioritario, finendo per sovraesporre una dimensione rispetto ad altre altrettanto rilevanti. La convivenza civile non può essere frammentata in una sommatoria di progetti tematici: riguarda l’interezza della persona e si declina in molteplici differenze, non solo in una. Isolare una specifica dimensione, pur importante, rischia di trasmettere un messaggio distorto: che alcune differenze meritino una tutela “speciale”, mentre altre restano sullo sfondo, implicitamente meno rilevanti.

Ancora più problematico è il carico organizzativo e progettuale imposto agli istituti; nuovi piani, referenti, percorsi formativi e strutture si aggiungono a una Scuola già da anni chiamata a rispondere a ogni emergenza sociale, spesso senza una reale valutazione dell’impatto sul tempo scuola. In particolare nella primaria, la proliferazione di progetti sottrae spazio all’acquisizione delle competenze di base, proprio mentre i dati segnalano un calo significativo in italiano e matematica fin dall’inizio del primo ciclo. Senza solide competenze cognitive e linguistiche, diventa difficile costruire un pensiero strutturato e consapevole; e senza un pensiero formato, anche la comprensione delle regole della vita civile rischia di restare superficiale e affidata a slogan più che a un processo di interiorizzazione. L’educazione al rispetto non può prescindere dalla capacità di comprendere, argomentare, distinguere e valutare: tutte abilità che si fondano, prima di tutto, su competenze di base solide e diffuse.

Vi è poi un aspetto più sottile: l’enfatizzazione continua di ambiti di “particolare attenzione” rischia di produrre effetti controproducenti, trasformando singole sensibilità in eccezioni strutturali. Spinta all’estremo, questa logica conduce a una deriva evidente: la Scuola non può costruire un processo e un progetto per ogni comportamento. L’educazione non funziona per compartimenti stagni, ma attraverso un curricolo solido, un contesto coerente e adulti autorevoli.

In questo senso, il disegno di legge appare meno come uno strumento realmente necessario e più come l’ennesima risposta ideologica a un problema complesso, affidata alla scuola come luogo di compensazione di tutte le fragilità sociali. Una risposta che rischia di produrre appesantimento burocratico, frammentazione educativa e perdita di focus sulle finalità fondamentali dell’istruzione; non perché il fine sia sbagliato, ma perché il mezzo scelto non sembra né proporzionato né efficace rispetto al contesto reale in cui la scuola opera ogni giorno.

 

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Maurizio Freschi

Fdi Dipartimento Istruzione Trentino Alto Adige

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