(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Nel 2024 il 36,2% delle persone di 18 anni e più presta almeno un tipo di aiuto a persone non coabitanti, fornendone in media 1,9. Era il 22,8% nel 1998. Al netto degli aiuti digitali, per cibo, vestiario e altro tipo di aiuto, non rilevati nel 1998, tale quota è del 32,4%.
Tra le modalità di aiuto prevalgono la compagnia, l’accompagnamento e l’ospitalità (29,8%) e il supporto digitale (23,8%).
Ogni persona che presta aiuto sostiene in media 1,3 destinatari, rivolgendosi soprattutto ai familiari stretti (18,9% alla madre, 9,8% al padre).
Il 65,4% di chi fornisce almeno un tipo di aiuto lo fa in autonomia, il 24,1% condivide l’attività con altri, l’8,2% opera nell’ambito del volontariato.
I caregiver (chi presta lavoro di cura a coabitanti e/o a non coabitanti) sono il 24,9% delle persone di 18 anni e più.
Le famiglie che ricevono aiuti informali da persone non coabitanti sono il 18,6% del totale. Tra gli anziani di 75 anni e più che vivono da soli riceve aiuti il 43,3%.
Più propensione all’aiuto: aumenta la solidarietà informale tra il 1998 e il 2024
Gli aiuti forniti gratuitamente a parenti, amici, vicini, ecc. sono la manifestazione concreta dell’attivazione delle reti sociali. Le famiglie esprimono bisogni e ricevono aiuti per esigenze legate alle diverse fasi del ciclo di vita o a specifiche criticità (nascita dei figli, difficoltà economiche o di gestione del lavoro di cura, malattia, ecc.). L’invecchiamento demografico ha effetto anche sulle reti di aiuto, aumentando il bacino di persone che hanno bisogno di assistenza, soprattutto quello degli anziani (tra il 1998 e il 2024 le persone di 75 anni e più passano dal 7,3% al 12,6% della popolazione). Una trasformazione, questa, che incide sulla configurazione della rete, facendola divenire sempre più “stretta e lunga”, con meno giovani e adulti e una crescente presenza di persone più anziane.
Il confronto tra il 1998 e il 2024 restituisce l’immagine di un sistema di aiuti informali ampliato: la quota di persone di 18 anni e più che danno almeno un tipo di aiuto a persone non coabitanti aumenta in modo significativo, passando dal 22,8% al 32,4%, non considerando gli aiuti digitali e quelli sotto forma di cibo, vestiario, ecc. che nel 1998 non venivano rilevati. Se si includono anche questi ultimi, invece, la quota sale al 36,2% (erano oltre 10,5 milioni di persone maggiorenni, raggiungono i 18 milioni nel 2024), con un aumento anche del numero medio di aiuti prestati, che passano da 1,7 a 1,9.
Parallelamente si modifica la struttura delle forme di aiuto. Crescono soprattutto le quote di persone che offrono compagnia, accompagnamento od ospitalità (dal 6,3% al 10,8%), attività domestiche (dal 5,1% al 7,8%), assistenza bambini (dal 4,4% al 6,9%), aiuto economico (dal 3,5% al 6,0%), aiuto nello studio (dal 1,9% al 3,9%) e aiuto nell’espletamento di pratiche burocratiche (dal 5,2% al 6,8%).
La quota di famiglie che ricevono aiuti da persone non coabitanti è aumentata dal 15,0% del 1998 al 16,8% del 2024, escludendo gli aiuti digitali e quelli sotto forma di cibo, vestiario, ecc. Se si considerano, invece, anche questi ultimi, nel 2024, la quota di famiglie aiutate raggiunge il 18,6%. Complessivamente, le famiglie aiutate passano da poco più di 3 milioni a 5 milioni, registrando anche un lieve incremento del numero medio di aiuti ricevuti (da 1,6 a 1,7). Aumentano sensibilmente le famiglie che beneficiano di compagnia, accompagnamento od ospitalità (dal 2,7% al 5,0%), seguite da quelle aiutate nell’espletamento di pratiche burocratiche (dal 2,6% al 3,7%) o nell’assistenza di persone adulte (dal 2,1% al 2,9%); viceversa, le famiglie che ricevono aiuto per l’assistenza di bambini registrano una consistente riduzione (dal 4,5% al 2,9%)
Le donne e i giovani sono i più attivi nelle reti di solidarietà
Nel 2024 considerando tutte le forme di aiuto rilevate, sono state più le donne che gli uomini ad aver dato almeno un aiuto informale (38,2% contro 34,0%); tra i 55 e i 64 anni le donne raggiungono addirittura il 46,3% (contro il 33,8% degli uomini). Al crescere dell’età diminuisce la quota di persone che prestano aiuto: si passa dal 44,9% tra coloro che hanno meno di 25 anni al 20,3% tra gli anziani di 75 anni e più.
Elevati titoli di studio favoriscono l’adozione di comportamenti pro-sociali; è più frequente, infatti, che a fornire aiuto siano le persone in possesso almeno della laurea (51,6%); seguite da chi ha un diploma di scuola secondaria di secondo grado (40,0%) e soltanto dal 25,2% degli individui che hanno al massimo la licenza di scuola secondaria di primo grado. Gli occupati mostrano una maggiore propensione a prestare aiuto rispetto a chi è in cerca di occupazione (40,5% contro 29,6%), ma la quota più alta si registra tra gli studenti (49,2%).
Riguardo al numero medio di tipi di aiuti erogati, si osserva una certa variabilità sia per genere sia per età. Tra le donne fino a 64 anni è sempre maggiore di 2, poi declina, per arrivare a 1,4 tra le donne di 75 anni e più. Tra gli uomini, viceversa, il numero medio di tipi di aiuti non è mai superiore a 2 e tocca il minimo tra gli individui di 75 anni e più (1,5).
La propensione a fornire aiuti informali a persone non coabitanti è superiore alla media nazionale tra i residenti nei Comuni delle aree metropolitane e tra i residenti nel Centro-Nord: in entrambi i casi, riguarda circa quattro persone su 10. Il Trentino-Alto Adige registra la quota più alta di persone che hanno prestato aiuto gratuitamente (44,0%), seguono il Lazio (41,9%) e l’Umbria (41,1%). Nelle Isole si registra il numero medio di aiuti dati più alto (2,1).
Tipi di aiuto: la compagnia al primo posto, segue il supporto digitale
Il 29,8% di coloro che hanno prestato almeno un aiuto ha fatto compagnia, ha accompagnato o ha dato ospitalità a qualcuno. Il 23,8% ha invece aiutato persone non coabitanti a utilizzare Internet e/o strumenti digitali. Poco più di un quinto ha fornito aiuto nelle attività domestiche (21,4%), mentre poco meno di un quinto ha accudito bambini (19,0%) oppure si è dedicato all’espletamento di pratiche burocratiche (18,9%).
Se si esaminano i vari tipi di aiuto, si notano alcuni scostamenti particolarmente significativi tra uomini e donne.
Le donne si attivano maggiormente per assistere i più piccoli (24,0% contro 13,2%), svolgere attività domestiche (23,8% contro 18,6%), accudire adulti (17,4% contro 13,2%), offrire cibo, vestiario o altro (13,5% contro 8,3%), fornire prestazioni sanitarie (13,0% contro 7,5%) e aiutare nello studio (12,2% contro 9,4%). Gli uomini sopravanzano le donne negli aiuti per l’uso di Internet o di strumenti digitali (25,5% contro 22,4%), nel caso di aiuto economico (18,6% contro 14,7%) e per l’esecuzione di lavori extra-domestici (15,2% contro 5,6%).
Il supporto legato all’utilizzo di Internet e/o di strumenti digitali declina all’aumentare dell’età. Tra i più giovani l’impegno è su molteplici fronti. In particolare, tra i 18-24enni: il 40,1% ha offerto supporto per l’utilizzo di Internet o di strumenti digitali; il 37,5% si è occupato di tenere compagnia, accompagnare o dare ospitalità; il 37,5% si è occupato delle attività domestiche e il 35,7% ha dato aiuto nello studio.
I destinatari principali degli aiuti forniti dagli adulti sono i genitori anziani e i figli con le loro famiglie: tra i 45 e i 64 anni oltre una persona su cinque ha prestato aiuto assistendo persone adulte, mentre tra i 65 e i 74 anni il 32,6% ha accudito bambini di altre famiglie. Infine, sul fronte dell’aiuto economico, i principali fornitori sono le persone di 75 anni e più (26,6%).
Aiuti informali: madre e figli al centro della rete familiare
Per ciascun individuo che fornisce aiuto ci sono in media 1,3 destinatari dell’unico o principale aiuto. Tra questi, di particolare rilevanza sono i parenti più stretti. Infatti, nel 2024, il 18,9% delle persone maggiorenni che hanno prestato almeno un tipo di aiuto ha aiutato la madre; il 9,8%, invece, ha aiutato il padre, gli uomini in proporzione superiore alle donne (11,1% contro 8,7%).
Tra coloro che hanno un’età compresa fra 35 e 54 anni le quote di persone che aiutano la madre sale al 31,6% e al 19,0% se l’aiuto è rivolto al padre. A loro volta, i figli, le figlie e le loro famiglie sono tra i principali destinatari dell’aiuto da parte di chi ha 55 anni e più (34,9%). Ai fratelli, alle sorelle e alle loro famiglie si rivolge, invece, il 14,4% delle persone che prestano aiuto. L’aiuto ai nonni è più frequentemente fornito da individui di 18-34 anni (21,5%). Un discorso a parte meritano i suoceri; le quote di coloro che prestano loro aiuto sono appena del 3,8% nei confronti del suocero e del 5,6% nei riguardi della suocera. Tuttavia, come i genitori, anche i suoceri divengono destinatari privilegiati di aiuto quando sono in età avanzata: tra chi fornisce aiuto e ha tra 35 e 54 anni le percentuali salgono al 6,4% quando il destinatario è il suocero e all’8,8% quando è la suocera. Al di fuori della cerchia della parentela stretta, la quota di aiuto destinata ad altri parenti non coabitanti è pari all’8,1%. Complessivamente tra chi fornisce almeno un tipo di aiuto, i parenti sono nel 66,9% dei casi i destinatari principali.
Il 23,3% delle persone maggiorenni che hanno fornito almeno un tipo di aiuto lo ha dato ad amici. Poiché la rete degli amici è perlopiù costituita da persone coetanee, essa tende ad assottigliarsi all’avanzare dell’età: tra i giovani di 18-34 anni che prestano aiuto il 31,4% lo destina agli amici, mentre tra gli individui con oltre 54 anni tale quota declina al 17,3%. Significativa è anche una quota, pari al 7,9%, di maggiorenni che prestano aiuto ai vicini. Infine, il 9,8% di chi ha prestato aiuto lo ha destinato a persone che non appartengono alla rete dei parenti, degli amici o dei vicini
Il 24,1% di quanti danno aiuto lo condivide con altri
L’analisi degli aiuti forniti a persone non coabitanti conferma il ruolo delle reti informali come pilastro del sistema di solidarietà a cui si affianca il volontariato organizzato, componente più strutturata, ma quantitativamente minoritaria. Analizzando l’aiuto fornito a persone non coabitanti, emerge che l’aiuto prestato in forma autonoma è prevalente: il 65,4% delle persone maggiorenni si è attivato in autonomia, mentre il 24,1% ha condiviso l’attività con altri e l’8,2% ha agito nell’ambito di gruppi di volontariato (il 2,2% non ha indicato la modalità di aiuto).
Sono 11 milioni 700mila le persone che hanno prestato aiuto in modo autonomo, un tipo di sostegno che risulta prevalente soprattutto tra i 35 e i 44 anni (71,3%) e che riguarda le donne con un titolo di studio basso in misura maggiore rispetto alle donne con titolo di studio alto (69,5% contro 64,7%); viceversa accade per gli uomini con titolo alto rispetto a quelli con titolo basso (65,1% contro 60,2%).
Coloro che offrono aiuto condividendo con altri tale attività, ancorché non in forma di volontariato organizzato, sono 4 milioni 300mila individui (24,1% tra chi presta aiuto). Tra i più adulti e gli anziani si osservano le quote più elevate: 27,9% per la classe di età 55-64 anni e 26,9% per quella dai 65 ai 74 anni. Le donne con titolo di studio elevato sono il 24,7%, contro il 20,6% di quelle con titolo di studio basso, all’opposto di quanto si osserva nell’aiuto prestato autonomamente.
La rete di solidarietà comprende anche il volontariato organizzato, una modalità scelta da 1 milione 500mila individui (8,2%) e più frequentemente adottata dai giovani 18-24enni (11,7%) e dagli adulti di 55-64 anni (10,2%) e, in quest’ultima classe di età, in particolare dagli uomini (13,9% contro 7,7% delle donne); inoltre le donne con titolo di studio universitario sono il 9,5% (contro il 6,3% con titolo di studio basso).
Laddove è più attiva la rete di solidarietà informale è anche più diffuso l’aiuto in forma organizzata. I volontari sono più presenti nel Nord-est (10,3%), soprattutto in Trentino-Alto Adige (13,5%) e Veneto (12,8%), mentre quote decisamente inferiori si riscontrano nel Sud (6,0%) e nelle Isole (6,9%).
Nel complesso, tra coloro che danno almeno un aiuto, se si somma l’aiuto condiviso con altri (24,1%) con quello prestato in forma organizzata (8,2%), la quota raggiunge il 32,3%. Ciò indica che fornire aiuto ad altri gratuitamente non solo crea una rete tra chi fornisce e chi riceve, ma per 5 milioni 800mila persone significa anche fare rete tra chi aiuta.
I caregiver: il 19,4% presta cura a persone non coabitanti
Tra gli aiuti forniti a persone non coabitanti si possono individuare quelle forme di assistenza che caratterizzano la cura della persona. Nello specifico, si definisce caregiver chi presta come principale o unico aiuto uno dei seguenti aiuti: dare compagnia o accompagnare, fornire prestazioni sanitarie, assistere un adulto, svolgere attività burocratiche, aiutare nelle faccende domestiche o preparare i pasti.
I caregiver di persone non coabitanti sono 9 milioni 600mila e rappresentano il 19,4% della popolazione maggiorenne. Le donne forniscono questo tipo di aiuto in misura maggiore rispetto agli uomini (il 21,7% contro il 17,0% degli uomini); in particolare, tre donne su 10 tra i 55 e i 64 anni si dedicano alla cura di persone non coabitanti. A caratterizzare questo impegno è anche la condizione occupazionale: gli occupati sono il 22,0%, con le donne che si attestano al 27,2% (contro il 18,2% degli uomini). Tra gli studenti la quota di chi presta attività di cura raggiunge il 29,1%, rispetto al 14,5% di chi è in cerca di occupazione e al 15,6% di chi si trova in altra condizione. Un’altra caratteristica peculiare riguarda il livello di istruzione: il 27,9% di chi possiede un titolo di studio elevato presta attività di cura a fronte del 12,9% di chi ha un titolo di studio basso. Tra le donne, quelle con titolo di studio alto sono il 29,7%, mentre quelle con titolo basso sono il 14,7%; anche per gli uomini si registra il medesimo divario (25,7% contro 11,0%).
Oltre a chi si prende cura di persone non coabitanti, bisogna considerare anche quanti forniscono assistenza a persone coabitanti con problemi di salute. Si tratta di 4 milioni 400mila persone, i cosiddetti caregiver familiari. Sono l’11,0% delle persone maggiorenni che coabitano con almeno una persona e che nelle quattro settimane precedenti l’intervista si sono fatti carico di curare familiari coabitanti. La quota più alta di caregiver familiari si riscontra tra i 55 e i 64 anni (15,5%): tra le donne di questa classe di età la percentuale raggiunge il 16,6% (contro il 14,4% degli uomini).
In complesso, i caregiver che prestano cura a persone coabitanti con problemi di salute o a persone non coabitanti sono 12 milioni 300mila (24,9%). In particolare, tra i maggiorenni: il 15,9% presta cure esclusivamente a non coabitanti; il 5,4% fornisce assistenza soltanto a familiari coabitanti con problemi di salute; infine, il 3,5% si dedica contemporaneamente sia alla cura di familiari coabitanti sia all’assistenza di persone non coabitanti, assumendosi quindi un carico di cura più elevato.
Tra i 12 milioni 300mila individui che prestano almeno un aiuto di cura, il doppio carico coinvolge una quota leggermente più alta di donne (14,8% contro 13,4% degli uomini). L’analisi per condizione occupazionale evidenzia un ulteriore elemento rilevante: la quota maggiore di chi si destreggia tra assistenza intra ed extra-familiare si osserva tra le donne occupate (16,6% rispetto all’11,5% degli uomini).
Il livello di istruzione incide soprattutto tra le donne con titolo di studio elevato, tra le quali il 20,1% presta assistenza sia a coabitanti sia a non coabitanti. A livello territoriale, sono gli abitanti delle Isole a dover supplire più spesso alla carenza di servizi, cercando di conciliare tra aiuti dentro e fuori la famiglia coabitante (17,1% rispetto al 12,7% del Centro, che registra il livello più basso).
Il 31,9% dei caregiver dedica alla cura almeno 20 ore
Più della metà dei caregiver coabitanti (53,8%) ha prestato aiuto per meno di 10 ore a settimana; il 16,7% ha dedicato alla cura almeno 10 ore ma meno di 20, il 29,3% ha svolto assistenza per 20 ore settimanali o più a familiari coabitanti che hanno problemi di salute, mentre una quota residuale non ha indicato le ore di assistenza (0,2%).
Considerando esclusivamente chi svolge un’attività di cura intensa, ossia almeno 20 ore a settimana, si osserva un divario di genere marcato: le donne raggiungono il 33,1% contro il 24,8% degli uomini. Tra le donne, in particolare, le quote più elevate si registrano nelle classi di età adulte e anziane, dove oltre una su tre è coinvolta in forme intense di cura. Nel contesto delle persone occupate emerge come il carico di cura intensa che grava sulle donne sia quasi il doppio di quello che ricade sugli uomini: il 26,1% contro il 13,9%. Il titolo di studio rappresenta un ulteriore fattore discriminante: tra le donne, la quota di chi svolge almeno 20 ore settimanali di cura è più elevata sia tra chi ha un livello di istruzione basso (46,6%) sia medio (32,2%), rispetto agli uomini con pari titolo (rispettivamente 30,2% e 22,9%). Tale situazione risulta, invece, assai più equilibrata nel caso di individui almeno laureati (17,4% per le donne contro 15,4% degli uomini). Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno registra le quote più elevate di caregiver familiari, con il 33,8% nel Sud e il 35,2% nelle Isole, a fronte del 23,2% nel Nord-est.
Nel complesso, tra quanti hanno prestato assistenza sia all’interno della famiglia sia verso persone non coabitanti, il 31,9% ha fornito 20 ore o più, pari a circa 4 milioni di persone, mentre il 68,1% ha dedicato meno di 20 ore settimanali. Oltre un terzo delle donne ha carichi di cura pari a 20 ore o più settimanali (contro il 29,9% degli uomini); una quota stabilmente sopra il 30% a partire dai 45 anni.
Avere o meno un’occupazione incide sulla quantità di ore da dedicare all’assistenza di altre persone, sia coabitanti sia non coabitanti. Il carico di assistenza risulta infatti più elevato tra chi non è occupato (soprattutto pensionati e casalinghe): il 38,2% svolge questa attività per almeno 20 ore a settimana, tra le donne è il 37,3% e tra gli uomini raggiunge il 39,9%. A prestare attività di assistenza per almeno 20 ore settimanali sono soprattutto i residenti delle Isole (39,0%) mentre nel Nord sono meno di tre persone su 10 (29,2% nel Nord-est e 28,3% nel Nord-ovest).
Oltre un anziano solo su due riceve almeno una forma di aiuto
Nel 2024, le famiglie che hanno ricevuto nelle quattro settimane precedenti l’intervista almeno un tipo di aiuto da parte di persone non coabitanti ammontano a 5 milioni, pari al 18,6% del totale delle famiglie.
Il 28,1% delle famiglie aiutate da non coabitanti ha ricevuto aiuto per lo svolgimento di attività domestiche e il 26,9% ha ricevuto supporto dal punto di vista della compagnia, dell’accompagnamento oppure dell’ospitalità. Sono invece il 19,8% le famiglie aiutate per l’espletamento di pratiche burocratiche e il 16,1% quelle che hanno ricevuto un sostegno economico.
L’analisi per tipologia familiare evidenzia una marcata variabilità nell’incidenza degli aiuti informali ricevuti. Le famiglie di anziani soli risultano più frequentemente destinatarie di aiuti (43,3%). Seguono le famiglie con bambini e senza anziani (24,3%), con valori che toccano il massimo tra le coppie con madre occupata (31,5%). Quote più contenute si osservano tra le famiglie di persone sole con meno di 75 anni (18,6%) e tra le famiglie senza bambini né anziani, per le quali la quota di beneficiari si ferma al 13,7%.
Considerando, invece, il tipo di aiuto informale ricevuto, tra gli anziani soli gli aiuti riguardano prevalentemente le attività domestiche (48,2%), la compagnia, l’accompagnamento o l’ospitalità (45,8%) e la gestione di pratiche burocratiche (42,2%). Nel caso delle famiglie con bambini e senza anziani, il sostegno si concentra soprattutto nella cura dei bambini (70,6%), con valori che raggiungono il massimo tra le coppie con madre occupata (78,5%). Tra le persone sole con meno di 75 anni l’aiuto consiste nel supporto alle attività domestiche (26,4%), la compagnia, l’accompagnamento o l’ospitalità (26,4%) e il sostegno economico (24,8%).
Se accanto agli aiuti informali ricevuti dalle famiglie si considerano anche gli aiuti forniti da enti pubblici o istituzioni (prestazioni sanitarie o non sanitarie e aiuti economici) e i servizi offerti da soggetti privati (collaboratori domestici, baby-sitter o assistenti alla cura), la quota di famiglie aiutate sale al 28,2% (7,5 milioni di famiglie). In questo quadro, che tiene conto di ogni tipologia di supporto, i più aiutati sono gli anziani soli (53,8%), mentre tra le famiglie di due componenti, di cui uno anziano, la quota declina al 29,0%. Elevato è anche il supporto ricevuto dalle famiglie di genitori soli (41,2%) e dalle le coppie con madre occupata e almeno un bambino (40,5%). Meno rilevante, al contrario, quello ottenuto dalle coppie con madre casalinga (22,5%)
Una persona su cinque percepisce un sostegno sociale forte
Il livello di sostegno sociale percepito, rilevato attraverso la Oslo Scale (cfr. Glossario), permette di valutare in che misura un individuo sente di poter essere aiutato dalla rete di prossimità (vicinato) in caso di bisogno e quanto sente che le persone o le famiglie che abitano vicino si interessano a lui. Le persone di 18 anni e più che hanno dichiarato di poter contare sui vicini in caso di necessità nel 55,9% dei casi riferiscono di percepire un sostegno di livello “intermedio”; il resto delle persone maggiorenni si è distribuito equamente tra sostegno “debole” (20,9%) e “forte” (20,6%), mentre il 2,6% non ha indicato.
L’analisi per classe di età delle persone che indicano di poter fare affidamento sui vicini evidenzia andamenti diversi nella percezione del sostegno sociale, che riflettono l’evoluzione delle reti relazionali e la differente fiducia nel prossimo lungo il ciclo di vita. All’aumentare dell’età si nota una lieve crescita delle quote di persone che riferiscono la percezione di sostegno debole (tra i 55-64enni è il 24,5%); poi le percentuali scendono fino a toccare il 21,3% tra chi ha 75 anni e più. Al contrario, tra i 18-24enni si osserva la quota più elevata di chi ritiene che il livello di sostegno sia forte (26,6%); grazie all’ampiezza e varietà delle reti relazionali e alla maggiore fiducia nel prossimo, tipiche di questa fase della vita. Il sostegno forte si riduce nelle età adulte, sino a scendere al 18,3% tra i 65 e i 74 anni, riflettendo la progressiva selettività dei legami e la riduzione delle reti sociali che contribuiscono a una percezione più fragile del supporto, per poi risalire al 21,3% tra le persone di 75 anni e più, quando l’aumento della vulnerabilità e del bisogno di supporto tendono a riattivare le reti familiari e sociali.
Dal punto di vista territoriale, la quota più elevata di persone che percepiscono un sostegno sociale forte si registra nelle Isole (25,0%). Nei Comuni centro delle aree metropolitane, oltre un quarto della popolazione percepisce con maggior frequenza un sostegno debole (26,8%), a fronte di una percentuale inferiore che avverte un sostegno forte (17,0%). All’opposto, nei Comuni con una popolazione compresa tra 2.001 e 10.000 abitanti si osserva la percentuale più bassa di persone che percepiscono un sostegno debole (18,2%) e, allo stesso tempo, la più alta tra coloro che dichiarano un sostegno forte (23,7%).
