(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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“Inaugurato il Festival della Famiglia di Trento. Ennesimo manel! Tema attualissimo, complesso, delicato. E quale scelta illuminata per la sessione inaugurale? Un magnifico palco… di soli uomini. Tutti. Tranne una — la ministra (che per non sbagliarsi si fa chiamare ministro). Ma solo perché, diciamolo, non potevano proprio evitarla.
Una presenza femminile “obbligatoria”, come la cintura di sicurezza in auto: la metti perché altrimenti prendi la multa, non perché ci credi.
E adesso aspettiamo già la risposta dei puristi del merito e del politicamente corretto: “Eh ma le autorità invitate sono uomini, cosa ci possiamo fare?” Che fantasia. Che creatività. Che capacità di trovare sempre una scusa perfetta per non cambiare mai niente.
Il risultato è questo: la famiglia spiegata da un comitato scientifico monocolore, il patriarcato con il badge da relatore, gli uomini che parlano e le donne che, come sempre, fanno il lavoro invisibile.
E tutto questo in un Paese, l’Italia, dove il gender pay gap e il gender pension gap sono ancora “fiori all’occhiello” (ma quelli che si appendono per vergogna, non per vanto), e dove il 70% del lavoro di cura è ancora scaricato sulle donne.
Abbiamo un problema gigantesco e continuiamo a metterlo in mano agli stessi che lo hanno prodotto.
La cosa buffa? Questi eventi dovrebbero servire a trovare soluzioni. E invece diventano il loro contrario: la conferma che certi mondi parlano sempre con la stessa voce, sempre dalla stessa prospettiva, sempre dagli stessi pulpiti maschili e rassicuranti.
E allora va detto: il futuro è altrove. Fuori da queste stanze autoreferenziali. Fuori dai manel. Fuori dall’idea che il mondo si possa raccontare sempre con la stessa voce maschile e monocromatica. Il futuro è dove si ascoltano esperienze diverse, competenze diverse, vite diverse. Le nostre.
