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COMUNI RIVA DEL GARDA E NAGO-TORBOLE * MARTIRI: «INTITOLATO A SANDRO PERTINI IL CORTILE DEL MUNICIPIO DI ARCO»

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22.22 - domenica 28 giugno 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Martiri: intitolato a Sandro Pertini il cortile del municipio di Arco. Nell’ambito delle celebrazioni congiunte dei Martiri del 28 giugno 1944 dei Comuni di Arco, Riva del Garda e Nago-Torbole, che si svolgono a rotazione nei tre Comuni e quest’anno sono state ad Arco, si è tenuta domenica la cerimonia di intitolazione del cortile d’entrata del municipio di Arco a Sandro Pertini (Stella, SV, 1896 – Roma, 1990), partigiano e presidente della Repubblica Italiana.

I rintocchi a lutto della Renga
La giornata di commemorazioni è iniziata come di consueto di buon mattino a Riva del Garda, alle 8 in punto con i tradizionali rintocchi a lutto della Renga, la campana della torre civica Apponale, presenti il sindaco Alessio Zanoni, la Giunta municipale e una rappresentanza del Consiglio comunale con il presidente Adalberto Mosaner, oltre a una rappresentanza delle forze dell’ordine e della associazioni combattentistiche e d’arma, presenti inoltre alcuni ex partigiani e parenti delle vittime, tra cui la sorella di Eugenio Impera, Adriana. Per la Comunità di valle c’era l’assessore Tiziano Chizzola, per l’Anpi trentino il presidente Mario Cossali, per quello dell’Alto Garda e Ledro una delegazione guidata dal presidente Gianantonio Pfleger.

Presenti anche tre ex sindaci, Paolo Matteotti, Claudio Molinari e Adalberto Mosaner, e la consigliera provinciale Michela Calzà. L’iniziativa è nata dalla proposta di un gruppo di cittadini rivani, accolta all’unanimità dal Consiglio comunale nel settembre del 2003, a ricordo perenne dei Martiri. Come consuetudine, ai rintocchi della torre civica ha fatto seguito la deposizione di corone di alloro alla lapide nella loggia pretoria, al cippo a Eugenio Impera in viale Damiano Chiesa, alla stele dei Martiri al parco della Libertà e al sacrario dei Caduti al cimitero del Grez; quindi delegazioni hanno deposto corone di alloro anche ai cippi che ricordano Enrico Meroni (in piazza Contini) e Gastone Franchetti (in viale dei Tigli all’altezza dell’istituto tecnico Floriani).

La cerimonia congiunta di Arco, Riva del Garda e Nago-Torbole
La cerimonia congiunta ad Arco si è svolta a partire dalle 11 nel cortile d’entrata del municipio con le onoranze alla stele dei Martiri e il saluto delle autorità, presenti i sindaci di Arco Arianna Fiorio e di Riva del Garda Alessio Zanoni, e la vicesindaca di Nago-Torbole Sara Balduzzi, con le rappresentanze delle Giunte e dei Consigli dei tre Comuni (presenti i presidenti Marco Manzoni per Arco e Adalberto Mosaner per Riva del Garda), della polizia locale (con il comandante Filippo Paoli), delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco, dei gruppi dell’Associazione nazionale alpini (con il capogruppo di Arco Giorgio Vivori e il consigliere di sezione Carlo Zanoni), dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (con il presidente della sezione provinciale Mario Cossali e quello dell’Alto Garda e Ledro Gianantonio Pfleger), del Nucleo volontari alpini e delle associazioni combattentistiche e d’arma. Presenti anche Bruno Calzà, coordinatore del gruppo di cittadini che ha proposto l’intitolazione a Pertini del cortile del municipio, una rappresentanza della Commissione consiliare per la toponomastica e il parroco di Arco don Francesco Scarin.

L’intervento della sindaca
La commemorazione è iniziata, come tradizione, con l’intervento del sindaco ospitante, in questo caso la prima cittadina di Arco Arianna Fiorio: “Commemorare il 28 giugno del ’44 rappresenta un momento solenne a cui siamo chiamati come autorità civili e militari, come cittadine e cittadini, come Associazione nazionale partigiani d’Italia. Oggi il doveroso ricordo per non dimenticare è accompagnato, dopo oltre ottant’anni, da un contesto mondiale che rende quei fatti ancora più vivi e attuali. Si è trattato di uno dei momenti più drammatici della storia locale. Non fu un’azione militare sul campo, ma un’esecuzione deliberata da parte dell’occupante nazista per colpire la Resistenza trentina e il suo gruppo dirigente, un atto di terrore concepito anche per colpire l’intera comunità e per affermare che ogni aspirazione alla libertà sarebbe stata soffocata nel sangue. Ricordiamo qui oggi quei giovani studenti che avevano sogni, progetti, affetti e che avrebbero potuto scegliere la prudenza, il silenzio, l’attesa, ma che, guidati dai loro professori, compirono un percorso umano e intellettuale che li portò ad abbracciare gli ideali della libertà e della democrazia.

Ricordiamo qui oggi quegli uomini, tra i quali anche il brigadiere dei carabinieri Antonio Gamberetto, che nonostante l’influenza culturale del regime fascista seppero maturare una coscienza diversa, scelsero con coraggio gli ideali di libertà e giustizia. Il sacrificio di quei giovani uomini contribuì a risvegliare molte coscienze, a rafforzare il sentimento di opposizione all’occupazione e ad alimentare quella partecipazione civile che, meno di un anno dopo, avrebbe contribuito alla liberazione di Riva del Garda e dell’Alto Garda, consentendo ai nostri territori di sottrarsi a ulteriori devastazioni. La nostra Repubblica, la nostra Costituzione, la libertà di cui oggi godiamo trovano le loro radici anche nel sacrificio di questi giovani. Questo drammatico evento si colloca all’interno di una storia più grande: quella del fascismo, del nazismo, della seconda guerra mondiale, una storia che tutti possiamo immaginare nella sua crudezza e nella sua violenza. Se ampliamo ulteriormente lo sguardo, siamo chiamati a constatare come la storia dell’uomo e quella dell’Occidente in prims sia sempre stata accompagnata da guerre e fenomeni di violenze e sopraffazioni; ancora oggi ci troviamo circondanti da avvenimenti terribili che dimostrano come l’uomo abbia ancora moltissima strada da percorre.

Per questo credo che il solo ricordo non basti: a distanza di oltre ottant’anni i Martiri del 28 giugno ci parlano ancora, e a noi spetta ascoltarli, perché solo così il nostro omaggio, il nostro ricordo assume un senso compiuto. Quella strage e gli arresti mettono in evidenza i diversi volti dell’uomo: ci parlano della sopraffazione, della crudeltà, ci parlano del tradimento, ci parlano di giustizia e libertà, ci ricordano che ciascuno di noi è chiamato costantemente a scegliere da quale parte stare della storia, quale seme far germogliare, perché anche non scegliere è una scelta di campo. Loro seppero fare questa scelta, scelsero la dignità umana, scelsero i propri ideali, pur sapendo di rischiare la vita. Ogni generazione, ogni epoca è chiamata a confrontarsi con forme diverse di ingiustizia, di discriminazione e di sopraffazione. Cambiano i contesti storici, ma resta immutata la domanda fondamentale: da che parte scegliamo di stare? La Resistenza non fu dunque soltanto un evento storico.

Fu una scelta etica. Fu la decisione di non considerare inevitabile ciò che appariva tale. Fu la scelta di affrontare la vita senza voltarsi dall’altra parte, senza scegliere la via più comoda, ma cercando quella che conduce alla giustizia e alla libertà. Ed è proprio questo il messaggio che ci consegnano i Martiri del 28 giugno. Ci ricordano che di fronte all’ingiustizia non possiamo restare indifferenti. Ognuno di noi deve interrogarsi su ciò che può fare concretamente per rendere la società più giusta e più umana. È una domanda che visto il contesto storico che stiamo vivendo può apparire senza una risposta immediata e concreta, ma che non possiamo smettere di porci. Il modo migliore per onorare il sacrificio dei Martiri del 28 giugno credo sia proprio questo: raccogliere la loro testimonianza morale e tradurla in impegno civile, in responsabilità e partecipazione.

Ascoltare la loro voce significa difendere la libertà, praticare la giustizia e dunque costruire la pace, perché è inutile fingere: senza giustizia sociale, senza una reale uguaglianza la pace è una chimera. Nel raccoglimento di questa commemorazione, il mio, il nostro pensiero va alle vittime di allora, alle vittime incolpevoli di tutte le guerre, alle loro famiglie, a quanti hanno direttamente sofferto. Ma non possiamo non vedere, non indignarci per quanto sta accadendo oggi nel mondo. Oggi stiamo uccidendo e mutilando dei bambini, oggi milioni di persone nel mondo muoiono di stenti, e le armi che consentono tutto questo sono anche nostre, e il silenzio è anche nostro. Concludo augurandomi che almeno una parte di quello spirito di libertà, di coraggio e di giustizia possa continuare a germogliare in ciascuno di noi e nelle nostre comunità. Ringraziamento a tutti i presenti, le autorità civili e militari, l’Anpi, e tutti coloro che mantengono viva la memoria”.

I Martiri, l’antifascismo, la guerra
La commemorazione è proseguita con l’intervento del presidente di Ampi Trentino Mario Cossali, che ha proposto alcune osservazioni, la prima partendo dai quattro Martiri di Arco, Giovanni Bresadola, Giuseppe Ballanti, Giuseppe Marconi e Federico Toti, per spiegare la vera natura della Resistenza nell’Alto Garda: “Erano tre commercianti e un funzionario dell’ospedale, questo vuol dire come le fila della Resistenza fossero tutt’altro che improvvisate e tutt’altro che irrorate di soli entusiasmi giovanili.

No, erano delle fila molto presenti nel contesto sociale”. Cossali ha poi ricordato come queste persone abbiano dato la vita per questa Repubblica, per questa democrazia, “Come Matteotti, come Gramsci, come Amendola, come Don Minzoni, come i fratelli Rosselli. C’è stata tutta una generazione che si è impegnata per arrivare alla Repubblica, quella che abbiamo celebrato anche ricordando il voto alle donne e la Costituente. E questa Repubblica ha un articolo 3 che taglia la testa al toro: l’articolo 3 della nostra Costituzione prevede che i cittadini italiani siano trattati tutti dallo Stato senza distinzione di sesso, di religione, di razza, di opinione politica e di condizione sociale, quello che oggi ancora non avviene.

Ma c’è anche, da tenere presente, la 12ª disposizione transitoria e finale, che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito nazionale fascista. Per rendere effettivo questo divieto il parlamento approvò la legge Scelba nel ’52 che punisce la ricostituzione del partito fascista e l’apologia del fascismo, successivamente la legge Mancino ha introdotto ulteriori sanzioni contro la propaganda fondata sull’odio razziale e contro simboli, slogan e comportamenti riconducibili ai movimenti nazifascisti. Quindi la Repubblica italiana, quella che appartiene a tutti, considera il fascismo un crimine, un crimine incompatibile con l’ordine democratico e ne punisce le manifestazioni organizzate. È evidente allora che l’antifascismo non è un’opzione politica tra le altre, quella dei nostri uccisi, dei nostri martiri non è stata un’opzione politica tra le altre, ma il fondamento giuridico della Repubblica.

E il fascismo non è un’opinione come le altre, è un crimine. Lo dice la Costituzione e lo spiegano le leggi. Chi lo dimentica o finge di dimenticarsene non sta difendendo la libertà di espressione ma sta tentando di cancellare la democrazia nel nostro Paese. È qui il campanello d’allarme che noi vogliamo suonare anche in queste occasioni di ricordo commosso: si sta cercando di diminuire il grado di democrazia dell’Italia e il grado di libertà democratica in Italia. Questo passa attraverso dei fatti molto significativi, delle espressioni, dei linguaggi e anche delle leggi che riducono ulteriormente la libertà di partecipazione, di organizzazione politica.

Quindi il monito che ci viene dai Martiri del 28 giugno è un monito per muoverci prima di tutto in difesa della democrazia, perché in fin dei conti loro si sono mossi in difesa della democrazia non solo dall’occupante nazista, dall’occupante tedesco, ma da quella mancanza di democrazia che aveva introdotto il regime fascista. E non è un caso che nei Martiri di Riva del Garda, di Arco e della zona circostante ci siano anche elementi delle forze dell’ordine. Ricordiamo il carabiniere Gambaretto, per esempio, a cui è stata dedicata la nuova caserma dei carabinieri di Riva. Insomma, la Resistenza ha attraversato tutta la società, la società sana che capiva dove si stava andando a finire, e la guerra evidentemente ha fatto esplodere il marcio che già c’era prima. Ecco anche oggi la guerra c’è, non c’è qui ma collaboriamo anche noi alla guerra, collaboriamo anche noi con la nostra industria, collaboriamo anche noi con tanti saperi, collaboriamo anche noi se non ci muoviamo, se non ostacoliamo questa guerra guerreggiata in tante parti del mondo, ma soprattutto nelle parti più vicine a noi, nel Medio Oriente e in Ucraina. Siamo dentro una stagione di guerra e dobbiamo essere vigili, attenti e democratici fino in fondo. I Martiri del del 28 giugno ci chiamano all’appello. Dobbiamo rispondere”.

I Martiri del 28 giugno e Sandro Pertini
A seguire, un ricordo delle vicende del 1944 e della Resistenza nell’Alto Garda e in Trentino a cura del direttore della Fondazione museo storico del Trentino Giuseppe Ferrandi, che ha parlato dei fatti accaduti 82 anni fa, il 28 giugno 1944, quando alcune decine di militari delle SS agli ordini del maggiore Rudolf Tyrolf, comandante della polizia tedesca di Bolzano, eseguirono una spietata azione repressiva, e tra Riva, Arco, Nago e Torbole furono assassinate undici persone e compiuti arresti e torture.

Il direttore ha poi parlato di Pertini, ricordando come fosse uno dei costituenti, reduce della prima guerra mondiale decorato sull’Isonzo: “Non è stato decorato al massimo del livello perché era un neutralista -ha detto Ferrandi- cioè contrario alla guerra. Quindi è andato al fronte, sì, ma contro la guerra. E dopo il 3 novembre del 1918 lo troviamo a Trento nell’attuale piazzetta Psi a gestire una cucina da campo, dove viene rimproverato da un ufficiale perché dà da mangiare ai civili, in una città devastante dalla guerra. Pertini è seguace di Filippo Turati, quindi apparteneva al socialismo riformista, condannato più volte dal tribunale speciale per la difesa dello Stato, ha conosciuto Antonio Gramsci in carcere. Ma specialmente è stato un grande partigiano combattente: insomma, quando si dice che Pertini è il presidente partigiano, bisogna ricordare che ha avuto ruoli anche operativi nella Resistenza.

Tra questi, l’appartenenza al Comitato di liberazione nazionale dell’alta Italia e del gruppo che ha deciso di uccidere Benito Mussolini. Quindi non è un partigiano di maniera ma un partigiano che la Resistenza l’ha fatta duramente. È stato poi presidente della Camera dal ’68 al ’76 e presidente della Repubblica del ’78 all’85. Negli anni Ottanta, gli anni del riflusso, gli anni della crisi della politica e della tendenza a ritirarsi nelle nostre case, guardando magari ad aspetti più estetici rispetto alla vita politica, Pertini richiamava che la Repubblica, la democrazia italiana dovesse avere un grande rapporto diretto col popolo, con la società.

Richiamava la classe dirigente, prima di Tangentopoli, alle proprie responsabilità etiche e morali. E c’è una frase, con la quale voglio concludere questo intervento, che condensa bene il pensiero di Pertini. L’ha ripetuta sia scrivendola sull’Avanti, quando ne era il direttore, sia all’assemblea costituite, e anche quando era già presidente della Repubblica: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non può esserci vera giustizia sociale senza libertà. Quindi il binomio tra la Repubblica che garantisce la libertà e i diritti, e la Repubblica che rimuove le cause di diseguaglianza in Pertini è molto forte, è un tema che lui ha sempre rivendicato. Quindi grazie all’amministrazione comunale per aver pensato a questa intitolazione. E grazie alla generazione di Sandro Pertini che ci ha garantito la nostra libertà”.

Perché la corte Sandro Pertini
È stato l’assessore alla cultura Massimiliano Floriani a spiegare al pubblico la ragione dell’intitolazione a Sandro Pertini del cortile d’entrata del municipio: “Voglio partire da un concetto che è di Sandro Pertini -ha detto Floriani- quello secondo cui la più alta forma di libertà è la partecipazione, concetto ripreso, come sappiamo, da Giorgio Gaber in una famosissima canzone. È proprio per la partecipazione che oggi siamo qui, perché non è che una mattina l’assessore alla cultura o la sindaca di Arco si siano svegliati pensando a questa intitolazione, ma a proporla è stato un gruppo di cittadini guidato da Bruno Calzà, che ha depositato questa richiesta protocollandola in Comune.

Noi abbiamo portato la questione all’attenzione della Commissione consiliare per la toponomastica, che ringrazio per essere presente qui oggi quasi al completo, e successivamente la pratica è giunta in Consiglio comunale, che ha approvato all’unanimità questa proposta. La Commissione toponomastica ha indicato questo luogo come deputato per questa intitolazione, perché la richiesta era di trovare uno spazio adatto. La corte del municipio è il luogo per antonomasia della partecipazione, è l’ingresso alla casa dei cittadini, perciò il luogo migliore per dedicare uno spazio a Pertini, una persona che è ancora nella nostra memoria, una persona straordinaria non solo per quello che ha fatto come partigiano, ma anche perché è stato il presidente forse più amato dagli italiani, che ha saputo unirci tutti e a dare anche molta speranza a questo Paese”.

Quindi la scopertura della targa che indica l’intitolazione, a cura di Bruno Calzà con a fianco la sindaca e l’assessore alla cultura.
Alla cerimonia ad Arco sono intervenuti i musicisti Omar Morandi e Albino Zanoni e le voci recitanti di Evoè Teatro di Rovereto, queste ultime a concludere la cerimonia con un recital sui temi della democrazia e della Resistenza.

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