(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Riforma della giustizia: quando la coerenza diventa il vero tema della giustizia. Dopo l’approvazione della riforma della giustizia – preceduta e accompagnata da accuse, polemiche e tentativi di minarne il percorso parlamentare – ora spetta ai cittadini esprimersi attraverso un referendum costituzionale: confermarla o respingerla.
Non sono un giurista e non pretendo di addentrarmi nei tecnicismi della riforma, ma sono una persona che ascolta la gente. E ciò che emerge con chiarezza è un sentimento diffuso di sfiducia verso il modo in cui oggi viene esercitata la giustizia nel nostro Paese. Molti ritengono che la magistratura sia troppo spesso politicizzata, incline a inchieste dal forte impatto mediatico e segnata da un senso di disuguaglianza, dove non tutti i cittadini sembrano essere trattati allo stesso modo. In sintesi, così com’è oggi, il sistema non convince e non funziona.
Probabilmente la verità sta nel mezzo: ci sono magistrati che con dedizione e rigore servono la verità e rendono onore al loro ruolo, e altri che, al contrario, sembrano rispondere a logiche estranee alla giustizia stessa. Le rivelazioni di Luca Palamara – mai smentite – hanno descritto un quadro devastante per la credibilità dell’ordine giudiziario, gettando un’ombra anche sull’operato di tanti magistrati onesti.
Non sorprende quindi che, secondo un recente sondaggio, il 70,9% degli intervistati si sia dichiarato favorevole alla riforma, forse più per sfiducia verso l’attuale sistema che per reale conoscenza del testo della stessa riforma. Se è comprensibile che i cittadini reagiscano “di pancia”, diverso dovrebbe essere l’atteggiamento di chi siede in Parlamento. Eppure proprio da lì arrivano oggi le critiche più feroci alla riforma, spesso da parte di chi, solo pochi anni fa, ne sosteneva apertamente i principi.
Basta rileggere il programma con cui Maurizio Martina si candidò alla segreteria del Partito Democratico nel 2019, dove si affermava con chiarezza: “Il tema della separazione delle carriere appare ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”. Esattamente ciò che oggi viene introdotto con la riforma appena approvata. A sottoscrivere quel documento non furono esponenti del centrodestra, bensì una lunga lista di dirigenti del Partito Democratico che ancora oggi siedono in Parlamento: Alfieri, Berruto, Delrio, De Luca, De Maria, Guerini, Malpezzi, Mauri, Orfini, Valente, Parrini, Verducci e, perfino, Debora Serracchiani, attuale responsabile Giustizia del PD.
Ecco spiegato perché, quando i cittadini si allontanano dalla politica, non è sempre per disinteresse: spesso la seguono, e proprio per questo non sopportano più l’incoerenza di chi dice una cosa e ne fa un’altra.
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Cons. Claudio Cia
Consiglio Provincia autonoma Trento (Misto)
