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LETTERE AL DIRETTORE

AVV. PAROLARI * REFERENDUM GIUSTIZIA: “QUALCHE SEMPLIFICAZIONE DI TROPPO”

Scritto da
18.58 - venerdì 13 marzo 2026

Gentile direttore Franceschi,

in queste settimane di campagna referendaria sulla giustizia stiamo ascoltando molte semplificazioni. Alcune sono legittime opinioni. Altre, francamente, superano il limite.

Una delle affermazioni più ripetute è che la riforma servirebbe ad accorciare i tempi dei processi e a creare un clima più favorevole agli investimenti. È una tesi che può suonare convincente, ma che non trova alcun reale riscontro.

La lentezza della giustizia italiana è un problema serio e reale. Nessuno lo nega. Ma non nasce dall’assetto costituzionale della magistratura né dall’unità delle carriere. Dipende da fattori molto più concreti e ben noti a chi conosce davvero il funzionamento degli uffici giudiziari: carenza cronica di personale amministrativo, scoperture negli organici dei magistrati, digitalizzazione ancora incompleta, organizzazione spesso inefficiente degli uffici e anni di investimenti insufficienti.

Intervenire sull’architettura del CSM o separare le carriere – che nella pratica riguarderebbe poche decine di magistrati all’anno – non ridurrà di un solo giorno la durata dei processi.

C’è poi un’altra narrazione che in queste settimane viene ripetuta con grande insistenza: quella di una presunta “mala giustizia” sistemica, quasi che il sistema giudiziario italiano sia strutturalmente dominato da errori e abusi.

Anche qui, però, i numeri raccontano una realtà più complessa.

Se si guarda, ad esempio, al tema delle ingiuste detenzioni – spesso evocato nel dibattito pubblico – i dati ufficiali mostrano che in Italia esse rappresentano circa l’1,3% delle misure cautelari, una percentuale significativamente più bassa di quella registrata in altri ordinamenti europei comparabili. In Francia, ad esempio, la percentuale supera il 4%.

Questo naturalmente non significa che il problema non esista. Ogni ingiusta detenzione è una ferita grave per lo Stato di diritto e per la vita delle persone coinvolte. Ma trasformare casi che vanno affrontati con serietà in una rappresentazione caricaturale dell’intero sistema giudiziario significa distorcere il dibattito pubblico.

In queste settimane si è parlato anche della presunta “parità delle parti” che la riforma garantirebbe nel processo penale. Ma chiunque abbia una minima familiarità con il processo sa che una perfetta simmetria tra accusa e difesa non è mai esistita e non potrà esistere. Lo Stato dispone inevitabilmente di poteri investigativi e strumenti che la difesa non ha. Il processo serve proprio a bilanciare questo squilibrio attraverso garanzie e regole, non a fingere che non esista.

E non sono osservazioni che provengono soltanto da chi voterà NO.

Anche sostenitori della riforma lo hanno riconosciuto apertamente. La senatrice e avvocata Giulia Bongiorno ha affermato chiaramente che questa modifica non incide sui tempi né sull’efficienza della giustizia. Lo stesso ministro Carlo Nordio ha più volte ammesso che la riforma non interviene sulla durata dei processi.

A questo punto la domanda è inevitabile: se non riduce i tempi e non migliora l’efficienza, perché viene presentata come la soluzione ai problemi della giustizia?

Se davvero vogliamo una giustizia più veloce servono personale, organizzazione, risorse e investimenti seri. Servono interventi sul funzionamento concreto degli uffici giudiziari. Non riforme costituzionali che non incidono sui problemi reali del sistema.

I problemi della giustizia esistono e vanno affrontati. Ma usarli come argomento per cambiare equilibri costituzionali è un’operazione diversa.

Per questo votare NO significa anche non cadere in questo equivoco. Quando una riforma viene sostenuta ripetendo tesi che non trovano riscontro nella realtà – come l’idea che accorcerà i processi o attirerà investimenti – è legittimo nutrire qualche dubbio. E scegliere con prudenza.

 

*
Avv. Valeria Parolari

Tione (Tn)

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