Di Luca Franceschi
///
Durante i lavori della commissione Covid, Domenico Arcuri si è trovato nella difficile posizione di dover controbattere a quanto emerso da un’informativa della Guardia di finanza risalente all’11 marzo 2020. Nel documento, gli investigatori avevano intercettato Mario Benotti, giornalista con stretti legami con l’ambiente del Pd, nel corso di mediazioni relative all’acquisto di mascherine cinesi. Nei messaggi acquisiti, Benotti aveva fatto una previsione precisa: quella che Arcuri sarebbe stato designato commissario straordinario con pieni poteri sull’emergenza e sugli acquisti.
Di fronte a questa documentazione, Arcuri ha tentato di sminuire l’importanza della previsione sostenendo che il decreto che lo avrebbe nominato “non esisteva ancora” in quella data. Una posizione che, secondo i critici, risulta fragile alla luce dei fatti successivi. La nomina di Arcuri a commissario si sarebbe infatti concretizzata esattamente una settimana dopo, il 18 marzo 2020.
Tale coincidenza temporale, unitamente alla considerazione che un provvedimento legislativo non viene redatto in poche ore, conferma che l’informazione fornita da Benotti era sostanzialmente corretta. La circostanza ha spinto a porre una questione ritenuta centrale: come poteva il giornalista disporre di un’informazione così sensibile e riservata prima ancora che il decreto venisse ufficialmente adottato?
Secondo Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione Covid, il tentativo di Arcuri di respingere la rilevanza della previsione risulterebbe controproducente e non farebbe che alimentare ulteriori interrogativi sulle modalità con le quali l’informazione era stata diffusa negli ambienti interessati agli appalti dell’emergenza.
