Di Luca Franceschi
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Il deputato del Movimento 5 Stelle Agostino Santillo, vicepresidente della commissione Ambiente della Camera, ha denunciato con fermezza quello che definisce un inganno ai danni dei cittadini e degli enti locali nel Piano Casa voluto dal governo Meloni-Salvini.
Le critiche al provvedimento emergono oggi in modo ancora più evidente dalle voci dei sindaci e dei costruttori, che quotidianamente si confrontano con le reali necessità del territorio. L’Associazione Nazionale Comuni Italiani ha confermato le perplessità e anche il mondo delle costruzioni ha espresso il proprio malcontento.
Secondo Santillo, il finanziamento annunciato con grande enfasi per questa riforma si rivela essere un semplice spostamento di risorse già esistenti. Come evidenziato dal vicepresidente dell’ANCI, il governo avrebbe operato una mera riallocazione di fondi, sottraendo risorse già destinate ai piani di rigenerazione urbana e quindi già nelle disponibilità delle amministrazioni locali. Il deputato pentastellato parla senza mezzi termini di un classico gioco delle tre carte.
Un’altra beffa riguarda gli oneri di urbanizzazione. Il piano prevede infatti sconti per i privati sugli oneri dovuti ai Comuni, ma senza prevedere alcuna risorsa statale a compensazione delle minori entrate. Si tratterebbe quindi di un gigantesco favore fatto ai privati, il cui costo viene scaricato interamente sulle casse degli enti locali e, di conseguenza, direttamente sui cittadini.
La propaganda governativa viene inoltre smentita dai numeri concreti destinati alle ristrutturazioni. Per rendere agibili 60 mila alloggi popolari, che secondo Santillo non rappresentano comunque una risposta adeguata all’emergenza abitativa reale, sono stati stanziati appena 970 milioni di euro distribuiti nell’arco di cinque anni. Una cifra che il deputato definisce irrisoria.
Come dichiarato dai delegati dell’ANCI, con le risorse previste per il 2026, pari a soli 116 milioni di euro, non sarà possibile ristrutturare nemmeno il 10% delle case popolari. Non esistono quindi risorse sufficienti per recuperare l’esistente in tempi ragionevoli.
A completare il quadro critico c’è il meccanismo dell’edilizia integrata, considerato fallimentare. La norma prevede di vincolare il 70% degli alloggi realizzati da privati e soggetti finanziatori a prezzi scontati di un terzo rispetto al mercato delle locazioni e delle vendite, lasciando solo il 30% al libero mercato. Un’impostazione totalmente slegata dalla realtà secondo la stessa Associazione Nazionale Costruttori Edili, che ha chiarito come un vincolo così rigido e standardizzato non sia applicabile su tutto il territorio nazionale.
Si tratta di una formula ingessata che potrebbe forse funzionare solo a Milano, ma che di fatto esclude il resto d’Italia, in particolare i centri medi e le vaste aree più isolate del Paese.
Secondo Santillo, questo non può essere definito un Piano Casa nel senso proprio del termine. Si tratterebbe invece di una scatola vuota progettata per favorire le lobby, sottrarre fondi ai territori, abbandonare definitivamente le periferie al loro destino e svendere gli alloggi pubblici con l’obiettivo di ripianare i bilanci.
