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RAI STORIA * “MILANO IN GUERRA” – 24/04(22.00) : «MILANO NELLA RESISTENZA, IL VOLTO DELLA GUERRA CIVILE / I CADUTI CHE SEGNANO LA MEMORIA» (VEDI-SEGUI DIRETTA VIDEO – LINK / RIVEDI STREAMING)

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08.50 - giovedì 23 aprile 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Gina Galeotti non si ferma. Non importa se sparano. Lei deve andare a Niguarda, dagli altri partigiani che sono lì, feriti. Ma i tedeschi la vedono e partono le raffiche. È il 24 aprile 1945 e Gina ha 32 anni quando viene uccisa insieme al bambino che portava in grembo. Sarebbe nato dopo poche settimane, in un’Italia liberata.

Lo speciale “Milano in guerra”, il documentario di Rai Cultura firmato da Clemente Volpini in onda venerdì 24 aprile alle 22.00 su Rai Storia, racconta la sua storia insieme a quella di uomini e donne che hanno vissuto gli anni del secondo conflitto mondiale a Milano. E racconta la storia della città Medaglia d’oro della Resistenza in cui il fascismo è nato e in cui ha conosciuto la sua fine.

Gli scioperi del 1943, le donne nelle fabbriche di armamenti. I bombardamenti, la strage di Gorla in cui morirono 184 bambini sotto bombe alleate. Poi le torture, le rappresaglie. E la Resistenza, fino ai giorni della Liberazione. Il film propone immagini storiche di cineoperatori amatoriali, conservate in alcune delle più importanti cineteche italiane, insieme alle testimonianze di partigiani, scrittori e testimoni che di quella Milano conservano ancora le ferite.

Ne emerge il ritratto di una città ferita nel profondo: le macerie, il Teatro alla Scala bombardato, le carceri, gli ospedali, la clandestinità, le piazze trasformate nel tempo in luoghi di paura e di memoria. Milano diventa così il luogo in cui la guerra entra nella vita quotidiana e la storia collettiva prende il volto di destini individuali.

Sergio Temolo è bambino quando, il 10 agosto 1944, suo padre Libero viene ucciso insieme ad altri 14 antifascisti in Piazzale Loreto. I loro corpi sono esposti e oltraggiati. Pochi mesi dopo, nello stesso luogo, viene appeso il corpo di Mussolini. «Li hanno portati lì come luogo simbolo per mio padre e gli altri», racconta. Ma, ricorda il suo amico Franco Loi, «Sergio non aveva un atteggiamento di soddisfazione perché avevano appeso Mussolini. Mi chiese di andar via». Piazzale Loreto resta così, nel suo racconto, il punto più doloroso della memoria cittadina, il segno più lacerante di una guerra che attraversa la città intera e i suoi corpi.

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