Di Luca Franceschi
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Al largo di Lampedusa sono giunte vive 58 persone, presumibilmente provenienti dalla Libia, sebbene molte si trovassero in condizioni critiche, compreso un bambino di tenera età. Una motovedetta della Guardia costiera ha operato il soccorso a circa 85 miglia dall’isola, in una zona SAR che dovrebbe essere sottoposta alla vigilanza del governo di Tripoli. Alcuni dei naufraghi hanno perso la vita a bordo, deceduti per ipotermia o per inalazione di carburante, mentre altri non hanno retto fino all’arrivo nel porto di destinazione.
Contemporaneamente, nell’Egeo, al largo di Bodrum nel sud ovest della Turchia, sono state salvate 21 persone, ma almeno altre 18 hanno trovato la morte. Le ricostruzioni dei fatti risultano contraddittorie: secondo alcune fonti la Guardia costiera turca avrebbe inseguito il gommone sovraccarico, e rimane ancora incerto se l’imbarcazione si sia ribaltata o sia stata speronata. Il bilancio delle vittime resta comunque invariato.
Occorre chiedersi perché non definire queste persone come vittime delle guerre che continuano a devastare il territorio dall’Afghanistan al Medio Oriente fino all’Africa Sub Sahariana. I governi della Fortezza Europa non li considerano rilevanti e a partire da giugno, con l’implementazione del nuovo patto, blinderanno ulteriormente i propri confini, rendendo inevitabili ulteriori tragedie. I morti, insieme ai sopravvissuti di questa e di innumerevoli altre notti, rimangono invisibili.
Sono coloro per i quali è stata innalzata la voce sabato 28 marzo nella manifestazione No Kings: vittime dei Re e delle Regine, gli ultimi fra gli ultimi. La richiesta di giustizia e diritti per loro continuerà senza compromessi, rifiutando categoricamente il suprematismo occidentale.
