Di Luca Franceschi
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Il Movimento 5 Stelle solleva dubbi sull’interpretazione governativa della dichiarazione congiunta sullo stretto di Hormuz, accusando l’esecutivo di fornire spiegazioni contraddittorie e potenzialmente fuorvianti.
La premier Meloni ha respinto le “interpretazioni forzate” del documento, escludendo categoricamente la partecipazione italiana a operazioni navali volte a contrastare il blocco iraniano dello stretto. Tuttavia, secondo i pentastellati, è proprio il governo a offrire una lettura distorta della situazione.
Emerge infatti una discrepanza nelle dichiarazioni dei membri dell’esecutivo. Mentre il ministro degli Esteri Tajani nega completamente la natura militare del documento, la presidente del Consiglio Meloni e il ministro della Difesa Crosetto precisano che eventuali missioni saranno avviate esclusivamente dopo la cessazione delle ostilità e sotto l’autorizzazione delle Nazioni Unite.
Il problema, evidenziano i parlamentari del M5S, risiede nel fatto che il testo della dichiarazione non contiene alcun riferimento esplicito alla necessità di attendere una tregua prima di intraprendere azioni concrete. Allo stesso modo, non viene menzionata l’obbligatorietà di un mandato ONU, posizione condivisa soltanto dalla Francia.
La situazione appare ulteriormente complicata dall’attivismo britannico. Londra ha già inviato esperti militari negli Stati Uniti per pianificare le operazioni e sta valutando il dispiegamento di droni specializzati nello stretto di Hormuz, sia per il contrasto alle mine che per la difesa antidrone.
Alla luce di questi elementi, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle esprimono preoccupazione che, nonostante le rassicurazioni pubbliche, la firma italiana sulla dichiarazione possa rappresentare un primo passo verso un coinvolgimento diretto nel conflitto, motivato dalla volontà di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione Trump.
