Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Avvocato Claudia Eccher
Membro Csm – Consiglio superiore Magistratura
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Ogni riforma della giustizia non è mai un mero esercizio di ingegneria procedurale; essa è, nel profondo, lo specchio dell’idea di società che vogliamo costruire. Troppo spesso il dibattito sulla magistratura è rimasto confinato in una “bolla” per addetti ai lavori, tra tecnicismi e scontri corporativi.
È tempo di riportare la discussione dove merita di stare: nelle mani dei cittadini. Perché la giustizia non appartiene ai magistrati, ma al popolo nel cui nome viene amministrata.
L’idea di giustizia che questa riforma propone è quella di un sistema in cui il cittadino non sia un suddito, ma il destinatario di un servizio terzo e imparziale.
Il cuore pulsante di questo cambiamento è la separazione delle carriere, un atto di civiltà giuridica che mira a rendere effettivo l’articolo 111 della nostra Costituzione sul “giusto processo”. Come può un giudice essere realmente “terzo” se condivide con la pubblica accusa la stessa appartenenza associativa, lo stesso organo di autogoverno (il CSM) e la medesima progressione di carriera?
Separare le carriere significa trasformare il giudice in un arbitro equo tra accusa e difesa. Su questo punto, l’Europa ci guarda e, spesso, ci indica una strada che abbiamo ignorato per troppo tempo.
Nella stragrande maggioranza delle democrazie liberali del Continente, la distinzione tra chi giudica e chi accusa è un pilastro consolidato. In Germania, Spagna e Portogallo, così come nel sistema anglosassone, le figure del giudice e del pubblico ministero seguono percorsi distinti. È l’Italia a costituire una rara eccezione, un’anomalia in cui la commistione di ruoli rischia di creare una “vicinanza psicologica” tra le parti che nuoce all’imparzialità del verdetto. Questa riforma non è dunque un salto nel buio, ma l’allineamento ai migliori standard delle democrazie occidentali.
Le critiche che parlano di una magistratura sottomessa alla politica sono, a ben vedere, un esempio di “terrorismo verbale”. La riforma non tocca la separazione dei poteri; al contrario, estende esplicitamente le garanzie di autonomia sia ai giudicanti che ai requirenti. Il rischio di un PM “super poliziotto” è smentito dai fatti: l’autonomia del singolo magistrato resterà intatta, ma sarà finalmente svincolata dalle logiche di appartenenza che troppo spesso abbiamo visto prevalere sulla ricerca della verità.
Un altro pilastro fondamentale è il sorteggio dei componenti del CSM. Questa scelta, spesso dipinta come una sfiducia nel merito, è in realtà l’unico strumento capace di liberare la magistratura dal cancro del correntismo. Le correnti hanno condizionato per decenni nomine e valutazioni, creando un sistema in cui la fedeltà alla “fazione” contava più della laboriosità in aula. Il sorteggio restituisce dignità alla magistratura operosa e silenziosa, permettendole di essere valutata per i propri meriti e non per il “peso” della corrente di appartenenza.
Allo stesso modo, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna al CSM è una garanzia di trasparenza. Non si tratta di condizionare l’autonomia, ma di sancire che chi esercita un potere così delicato debba essere responsabile delle proprie azioni davanti a un organo di assoluto livello tecnico e morale, sottraendo il giudizio disciplinare a logiche di mutua protezione.
A chi sostiene che la riforma non affronti i tempi biblici dei processi, rispondiamo che la terzietà e l’efficienza sono vasi comunicanti. Una giustizia che premia il merito è una giustizia che funziona meglio, che attrae investimenti esteri e che restituisce fiducia nei rapporti economici. Senza il paracadute delle correnti, i magistrati saranno incentivati alla produttività, con benefici diretti sulla durata dei procedimenti.
Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a decidere. Non è un voto di appartenenza politica, come dimostra l’appoggio alla riforma di illustri accademici storicamente vicini al centrosinistra. È il completamento della riforma Vassalli del 1989, un riequilibrio istituzionale che attendiamo da troppi anni. La storia ci insegna che le istituzioni devono evolversi per restare vive: questa riforma è l’innesto necessario per rendere il “giusto processo” una realtà quotidiana. Questa volta, i giudici siamo noi e con il nostro voto potremo finalmente migliorare le vite di tutti.
