(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
///
In questi giorni molti agricoltori trentini hanno ricevuto una comunicazione dalla Provincia Autonoma di Trento relativa al rinnovo delle concessioni idriche. Una lettera formalmente corretta, ma che lascia aperte domande molto serie sul rapporto tra istituzioni e mondo agricolo. Avere una concessione idrica, e quindi un pozzo o una derivazione, non è un privilegio: è una responsabilità. L’agricoltore è, di fatto, un custode della risorsa acqua, spesso da decenni, con investimenti fatti di tasca propria e con un utilizzo legato alla sopravvivenza dell’azienda.
Proprio per questo stupisce che, ancora una volta, l’intero peso operativo venga scaricato sull’agricoltore: attivazione dello SPID, accesso a sportelli digitali, deleghe, incarico a un tecnico privato per perizie e relazioni asseverate, caricamento telematico della documentazione. La domanda è semplice: dove sono i sindacati agricoli? Dove sono le strutture di tutela che dovrebbero accompagnare gli agricoltori in passaggi così delicati?
È realistico pensare che un agricoltore anziano, proprietario di una piccola superficie, magari senza competenze digitali o identità SPID, possa affrontare tutto questo da solo? Ancora di più se si considera che, come emerge dai dati pubblicati sul periodico Terra Trentina, circa il 60% delle aziende agricole trentine ha una superficie inferiore a un ettaro e il 76% non supera i due ettari. In questo contesto, il costo di una pratica tecnica e amministrativa di questo tipo diventa un onere economico rilevante, soprattutto in una fase già critica per i margini aziendali e per la sostenibilità economica delle piccole imprese agricole.
La Provincia avrebbe potuto, ad esempio: mettere a disposizione tecnici incaricati che effettuino sopralluoghi su appuntamento, attivare sportelli fisici sul territorio, oppure prevedere una forma di perizia pubblica delegata, almeno per le concessioni storiche di piccola entità. Invece, ancora una volta, il messaggio implicito è: arrangiatevi. Non si mette in discussione la necessità di controlli, né la tutela dell’acqua come bene comune.
Si mette in discussione un metodo che rischia di trasformare la sostenibilità in burocrazia punitiva e che allontana invece di coinvolgere. Se davvero crediamo che l’agricoltore sia parte della soluzione, e non il problema, allora va messo nelle condizioni di operare, non lasciato solo davanti a procedure complesse e costose.
Questa non è una protesta corporativa. È una richiesta di buon senso, equità e accompagnamento, soprattutto verso chi, da anni, custodisce il territorio e le sue risorse senza clamore.
*
Associazione Libertà agricola trentina
