Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
Per la Consulta provinciale della Salute
La Presidente Elisa Viliotti
///
RIPENSARE LE ISTITUZIONI PER UNA NUOVA CULTURA DELLA CURA
I nuovi paradigmi della cura che si affermano con le riforme del PNRR Salute stanno ridisegnando profondamente il modo in cui concepiamo la sanità pubblica. Con la componente dedicata alle reti di prossimità, si è scelto di investire ingenti risorse proprio sulla sanità territoriale, sulle Case della Comunità, sull’assistenza domiciliare e sulla telemedicina come assi portanti del cambiamento. La medicina territoriale, la riforma della disabilità, la legge sulla non autosufficienza e il rafforzamento dell’assistenza domiciliare integrata raccontano, ciascuno a modo suo, un cambiamento di sguardo: dalla cura del malato alla cura della persona, dal bisogno sanitario alla presa in carico complessiva, dal luogo di cura alla rete dei legami comunitari.
Le Case della Comunità, simbolo di questa trasformazione, non sono solo infrastrutture, ma un manifesto politico e culturale: qui l’assistenza sanitaria e quella sociale dovrebbero incontrarsi, integrarsi e generare prossimità. Il DM 77/2022, che definisce modelli e standard dell’assistenza territoriale, colloca proprio le Case della Comunità e l’assistenza domiciliare al centro di un nuovo modello organizzativo fondato sulla presa in carico multidimensionale, multidisciplinare e integrata. Tuttavia, il successo di questo modello non dipende soltanto dalla quantità di risorse o di professionisti disponibili, ma dalla capacità delle istituzioni di credere fino in fondo nella costruzione di un sistema sociosanitario unitario, capace di accompagnare la persona lungo tutto il ciclo di vita, qualunque sia la sua condizione di salute, autonomia o fragilità.
La nuova medicina territoriale, l’assistenza domiciliare integrata e i programmi di supporto alle persone con disabilità o non autosufficienti condividono un medesimo principio: l’integrazione dei sistemi.
Questo passaggio di paradigma non è neutro: significa chiedere alle istituzioni di condividere potere e responsabilità per costruire insieme percorsi unitari che diano risposte coerenti ai bisogni delle persone. Per realizzarla davvero serve un profondo ripensamento dell’assetto istituzionale. Le distinzioni storiche tra sanitario e sociale, tra competenze provinciali, comunali o delle Comunità di Valle, rischiano di diventare un ostacolo piuttosto che una garanzia.
Integrazione, oggi, non può essere solo una parola d’ordine. Deve tradursi in strumenti comuni: una cartella sociosanitaria unica, ad esempio, che accolga dati e interventi provenienti dai diversi enti e professionisti, offrendo finalmente una visione integrale della persona. E’ un passo che appare tanto necessario quanto ancora lontano, frammentato tra normative, sistemi informativi e titolarità dei dati troppo settoriali.
È nelle Case della Comunità che questa sfida diventa tangibile: medici e pediatri di famiglia, specialisti, operatori sociali, Terzo Settore sono chiamati a lavorare insieme, spesso con regole e sistemi informativi diversi. In questo intreccio di competenze si misura la reale capacità delle istituzioni di passare dalla cooperazione formale alla corresponsabilità sostanziale, mettendo al centro la persona e non le prerogative.
Il momento per aprire una riflessione seria sulla governance dell’ambito sociosanitario è ora. Il nuovo Disegno di legge provinciale “sociosanitario” in corso di definizione può e deve diventare il laboratorio in cui sperimentare un modo diverso di fare istituzioni. Solo così i nuovi paradigmi della cura, potranno tradursi in cambiamento reale, in una nuova cultura della prossimità, capace di restituire al cittadino il diritto a essere visto e accompagnato nella sua interezza.
