(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Rette RSA: il diritto all’assistenza trasformato in una lotteria. Le Rsa pubbliche e quelle private hanno stabilito le rette per il 2026. La Provincia, nelle direttive annuali, aveva fissato i tetti di aumento massimo. C’è chi ha deliberato di aumentare e chi ha confermato la retta 2025. La stampa ha pubblicato le tabelle nel dettaglio.
Occorre evidenziare alcuni aspetti. Soffermiamoci innanzitutto sulle Rsa pubbliche. Oltre il 63% delle famiglie utenti vedrà un aumento delle rette. Gli aumenti dreneranno circa 765mila euro da 2607 famiglie. Di questi maggiori introiti, ricordiamolo, 125mila euro saranno destinati a coprire i costi di quell’ufficio gare che la Provincia ha imposto alle Rsa per potenziare la propria Agenzia per i contratti, scaricando il 50% del costo sulle Rsa, quindi sulle famiglie. Aumenta, non diminuisce, la forbice fra strutture pubbliche. E si allarga, quindi, la forbice fra chi paga di meno e chi paga di più.
Il diritto all’assistenza è trasformato in una lotteria: a seconda di dove casualmente si libera un posto, una famiglia si trova a pagare, in Rsa pubblica, anche 11 euro al giorno in più di retta alberghiera, che all’anno fanno oltre 4mila euro di differenza.
Se estendiamo la riflessione alle Rsa private del Gruppo Spes, le differenze di retta alberghiera con le Rsa pubbliche che hanno la retta più bassa (Nomi e Grigno) esplodono, arrivando addirittura a 15 euro al giorno per oltre 5 mila euro all’anno. Una enormità che non trova giustificazione.
Il sistema delle Rsa, quindi, non è coordinato, è estremamente frammentato per cui non è corretto sostenere la capacità da parte delle Rsa di autoregolamentarsi, capacità che non esiste! Ne è dimostrazione una semplice circostanza: la retta alberghiera non rappresenta sempre ciò che l’utente, alla fine, paga. Solo pochissime strutture ricomprendono tutti i servizi nella retta alberghiera (e paradossalmente ci sono fra queste soprattutto quelle che hanno la retta più bassa!). In molte Rsa una serie di servizi vengono sfilati dalla retta e messi a pagamento a parte. E non sono bruscolini. La Provincia è consapevole di ciò al punto che è dal 2020 che inserisce nelle direttive annuali l’impegno a definire cosa entra nella retta alberghiera standard e cosa resta fuori. E ogni anno puntualmente abdica colpevolmente al proprio compito e posticipa questo adempimento. Cosicché abbiamo, oggi, la famiglia che paga la parrucchiera, il taglio della barba e la podologa (in tutto o in parte), chi le riparazioni del guardaroba o la commissione su piccoli acquisti, la pratica dell’amministratore di sostegno, addirittura l’accompagnamento ai seggi.
Dove starebbe, quindi, questa presunta capacità del sistema complessivo delle Rsa trentine di darsi delle regole e di stare dentro queste regole? I dati, se letti correttamente, dimostrano l’esatto contrario e spingono a chiedere alla Provincia di riprendere la sua funzione di indirizzo ma soprattutto di controllo, che non sta esercitando a dovere!! Manca clamorosamente in questo settore una funzione di regolazione complessiva provinciale, in grado di analizzare i dati finanziari e organizzativi delle Rsa, individuare gli ambiti di miglioramento e di recupero di efficienza, stimolare e incentivare l’innovazione dei processi, contrastare eventuali abusi di posizione dominante.
Si va avanti, in buona sostanza, lasciando fare. Ma così facendo, ogni anno, registreremo sempre nuove o più ampie disparità di trattamento, subite da persone e famiglie che versano in situazioni di estrema fragilità.
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Francesca Parolari
Consigliera Provinciale del Partito Democratico.
