(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
////
Il pluralismo nella Scuola non è un’imposizione, ma una ricchezza, anche nell’esercizio dell’autonomia. Colpisce, nelle dichiarazioni della consigliera Demagri, una rappresentazione delle note ministeriali che non regge a un’analisi attenta né sul piano giuridico né su quello pratico. Parlare di “direttive che impongono criteri rigidi” significa attribuire a semplici note un valore prescrittivo che non hanno. Una nota ministeriale non è legge, non introduce obblighi giuridici nuovi, non limita l’autonomia scolastica: ha semplicemente il valore di un’indicazione, di un richiamo, di uno spunto di riflessione rivolto alle scuole e ai dirigenti, chiamati, come sempre, a esercitare responsabilmente la propria autonomia.
Un’indicazione, per definizione, non impone: orienta. Richiamare il pluralismo, il contraddittorio o la par condicio non significa trasformare la scuola in un talk show, né tantomeno in un’arena di scontro politico. Significa solo ribadire un principio che è già iscritto nella funzione stessa della Scuola: educare al pensiero critico attraverso il confronto di idee, non attraverso l’esposizione unilaterale di una sola visione del mondo. La contrapposizione evocata dalla consigliera Demagri tra “pluralità” e “talk show televisivi” appare quindi artificiosamente strumentale. Nessuno sostiene che il pluralismo si riduca a una rissa dialettica o a una sterile contrapposizione di slogan. Ma è altrettanto vero che non esiste informazione “qualificata” che non si misuri, almeno implicitamente, con altre letture della realtà. Offrire strumenti di analisi e contesti di approfondimento non è alternativo al confronto tra posizioni diverse: ne è la condizione.
Ribadire la necessità del pluralismo diventa necessario proprio quando qualcuno rischia di dimenticarlo o di applicarlo in modo selettivo. Questo richiamo non è un atto d’accusa verso chi già opera correttamente e non offende chi il pluralismo lo pratica davvero: ma ne certifica la bontà dell’azione, la coerenza educativa, la fedeltà al mandato formativo della Scuola. Solo chi si sente messo in discussione da una semplice sollecitazione dovrebbe interrogarsi sul perché.
Quanto all’autonomia, evocarla come uno scudo contro ogni indicazione proveniente da Roma rischia di svuotarla di significato; l’autonomia non è rifiuto pregiudiziale, né rivendicazione identitaria fine a sé stessa ma è la capacità di assumere indicazioni generali e declinarle con intelligenza nel contesto territoriale. Difendere l’autonomia non significa opporsi a un richiamo al pluralismo, ma dimostrare di saperlo attuare senza bisogno di trasformarlo in un alibi o in un bersaglio polemico.
In definitiva, il problema non è la nota ministeriale, né il richiamo al pluralismo. Il problema nasce quando si interpreta un’indicazione come un’imposizione e un principio educativo come una minaccia. La Scuola non è un talk show, è vero, ma proprio per questo non può nemmeno diventare uno spazio dove una sola voce si presenta come neutra, competente e indiscutibile. Il pluralismo non impoverisce la Scuola: la rende solo più credibile.
*
Maurizio Freschi
Fratelli d’Italia – Dipartimento Istruzione Trentino-Alto Adige
