(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Con l’ingresso della tecnologia digitale nella fotografia cambia tutto, la foto non è più scatto unico ed esclusivo. La sequenza digitale è, inevitabilmente, quantità, flusso. Un’evoluzione che va di pari passo con un cambiamento epocale. Dopo il passaggio “millenario” sembra quasi che per le persone non ci sia più un domani, quasi che vogliano esorcizzare lo scampato pericolo, quello della fine del mondo. Un passaggio epocale che Umberto Pizzi racconta in “Profumo di Pizzi”, in onda venerdì 19 giugno alle 22.00 su Rai Storia.
Roma, 1994. Pizzi viene chiamato per fare delle fotografie al Gilda a una festa in onore di Gabriella Pescucci, la celebre costumista che proprio quell’anno aveva vinto l’Oscar per i costumi del film “L’età dell’innocenza” di Martin Scorsese. Ci sono molti dei protagonisti di quella stagione appena conclusa, da Vittorio Gassman ad Alberto Sordi, il cinema italiano, una festa dal sapore antico e un po’ nostalgico. Dall’altra parte del grande locale, però, sta succedendo qualcos’altro e Pizzi ne viene inevitabilmente attratto: c’è una festa di quelli che si potrebbero definire i nuovi padroni, pieni di entusiasmo e spavalderia per il potere appena conquistato. C’è una gran voglia di divertirsi e di ostentare, che contrasta con la compostezza della vicina festa della Pescucci. Ecco che allora Pizzi, con la sua immancabile macchina fotografica a rullino, cattura quel momento e cristallizza il passaggio di consegne da un’epoca all’altra. È questo per Umberto Pizzi il vero spartiacque. Da quel giorno per il suo occhio e quindi per le fotografie che produrrà, nulla sarà come prima.
Da qui nasce l’intuizione di “Stracafonal”, che tanto successo gli ha portato. Un racconto bulimico, fatto di grandi feste dove tutti vogliono apparire ed essere fotografati, come ne “La Grande Bellezza”, mirabilmente rappresentata da Sorrentino. Feste dove tutto è possibile, anche gli incroci sociali più impensabili, nobili e politici, attori e giornalisti, fino ad arrivare al presenzialismo social degli ultimi anni. Pizzi è sempre lì a raccontare per immagini questo mondo impazzito, fatto di eccesso e cafoneria e il suo occhio riesce, come sempre, a cogliere l’anima profonda delle persone, anche quelle che, all’apparenza, appaiono inutilmente superficiali. Perché Pizzi, anche in questo capitolo finale, corale e di felliniana memoria, indaga, scruta, scava, senza fare sconti a nessuno.
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