(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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«C’è qualcosa su cui possiamo essere tutti d’accordo? Dolly Parton». Lo scrive il New York Times. E ha ragione, perché ad amare la regina del country sono proprio tutti.
Dalla West Coast alle sponde dell’Atlantico, attraverso le pendici dei monti Appalachi, dove «la vita è serena come il sospiro di un bambino», come canta lei di quel Tennessee che l’ha fatta nascere. E che in lei continua a riconoscersi nonostante, nel tempo, la piccola Dolly sia diventata una leggenda.
Allegra e ostinata, è lei la protagonista di «Dolly Parton. Nel segno del country», mercoledì 8 luglio alle 00.20 su Rai 5, che ne ricostruisce il percorso umano, artistico, imprenditoriale e l’influenza sulla cultura di massa.
Paladina della condizione femminile, dei lavoratori e della comunità LGBTQ+, prima ancora di diventare icona grazie al colore di Andy Warhol, Dolly Parton è la portabandiera del diritto a restare fedeli alla propria identità.
Considerata una leggenda da pop star del calibro di Taylor Swift e Miley Cyrus, è anche una stella di TikTok. Ma in pochi sanno che il successo mondiale “I Will Always Love You” di Whitney Houston è, in realtà, la cover di un componimento originale della Parton.
Lei lo scrive nel 1974 per salutare il suo mentore, Porter Wagoner, con cui ha conquistato i primi successi in duetto. Ma Dolly deve continuare da sola, libera.
Una libertà che costruisce anche con l’immagine: abiti sgargianti, parrucche, tacchi. Una femminilità esasperata usata come arma.
Dietro quell’apparenza, però, c’è una cronista della società e dei rapporti tra uomo e donna. Gli uomini delle sue canzoni sono spesso codardi, violenti o assenti, le donne imparano a difendersi per sopravvivere.
Così il country si apre al pop, lo Studio 54 di Warhol incontra il Tennessee e Dolly diventa un marchio, che non smette di raccontare povertà e fragilità, come in “Coat of Many Colors” dove la vergogna della povertà si rovescia in orgoglio e una memoria d’infanzia diventa un inno alla diversità.
Un legame con le origini che la spinge a restituire qualcosa alla propria terra con organizzazioni filantropiche e con Dollywood, parco divertimenti a fini benefici.
Questo spiega perché, nel 2020, una petizione abbia proposto di sostituire con una sua statua quelle dedicate agli ufficiali sudisti. La sostengono un democratico e un repubblicano, famiglie cristiane e pubblico queer, che trovano in lei un punto comune.
È così che Dolly Parton tiene insieme l’America. Parola di New York Times.
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