(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Il successo? Una serie di fallimenti. È il novembre 1965 e la BBC di Londra scarta il diciottenne Davy Jones: «Privo di personalità, dilettante e stonato. Assolutamente niente di che». Quattro anni dopo, la stessa tv britannica sceglierà un suo brano per celebrare lo sbarco sulla luna. Il titolo è “Space Oddity”. Quel ragazzino è ormai David Bowie.
Il documentario “David Bowie: Finding Fame. Nascita di una star”, in onda giovedì 23 aprile alle 00.20 su Rai 5, racconta i cinque anni decisivi per la nascita dell’artista. Dai gruppi della metà degli anni Sessanta fino al 1973, quando annuncia sul palco la fine di Ziggy Stardust. In mezzo ci sono i provini andati male, i singoli ignorati, i travestimenti, il mimo fino alla prima vera affermazione e alla costruzione di una figura capace di reggere il successo.
A fare il ritratto di un artista che procede per tentativi sono le parole dello stesso Bowie, insieme a quelle di amici, produttori, musicisti. C’è il ragazzo di Bromley che vive la periferia londinese come una landa desolata, c’è il cantante che usa la voce come un travestimento ed entra nei personaggi, c’è il musicista che assorbe la bizzarria di Anthony Newley, l’avanguardia dei Velvet Underground, il mimo di Lindsay Kemp, la rivoluzione dell’elettronica e rimette tutto in circolo senza fermarsi in un punto solo. I fiaschi, però, continuano: “The Laughing Gnome” non sfonda, il primo album esce accanto a “Sgt. Pepper’s” dei Beatles e passa inosservato, gli spettacoli teatrali con Lindsay Kemp si tengono davanti a sale vuote. Bowie stesso ammette: «Non so se sono un mimo, un compositore o un cantante».
E poi c’è l’uomo: “il primo grande amore” per Hermione Farthingale, il fratellastro Terry che gli insegna il valore del diverso e gli lascia in eredità la paura della follia. E c’è il bambino che cerca per tutta la vita di conquistare l’amore materno. «Il padre John stravedeva per lui — racconta sua cugina e amica Kristina Amadeus —, ma la madre Peggy non si lasciava trascinare. Si sedeva a guardarlo senza incoraggiarlo, non gli diceva mai: “Bravo”». Bowie capisce: «Volevo diventare famoso». Space Oddity, allora, porta sulla luna l’insicurezza dell’uomo: «Pensavo: “Cavolo, sono io Major Tom. Sono qui nel mio spazio cosmico e nessuno può capire cosa significhi essere qui fuori, con questo cordone ombelicale che mi unisce alla mia navicella».
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