Di Luca Franceschi
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Il voto al Senato sulle intese sottoscritte dal Governo Meloni con le regioni settentrionali passa quasi inosservato, sommerso dalla bufera mediatica sulla legge elettorale. Le intese coinvolgono Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria e prevedono la devoluzione di materie strategiche quali la finanza pubblica in ambito sanitario, la protezione civile, le professioni e la previdenza complementare.
In un contesto già gravemente critico, caratterizzato dall’aumento delle diseguaglianze sociali e territoriali e dalla privazione dei diritti fondamentali per milioni di persone, il governo decide di consentire a una parte del paese di concentrare risorse e poteri. Una scelta che aggraverà ulteriormente la frattura nazionale, tanto più che contemporaneamente vengono sottratti fondi al sociale per indirizzarli alle spese militari.
La maggioranza governativa ha proceduto all’approvazione in spregio dei pareri critici espressi da autorevoli istituzioni. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca d’Italia e la Ragioneria dello Stato hanno sollevato obiezioni significative al testo e all’iter procedurale. Eppure l’approvazione è avvenuta nel giro di ventiquattro ore, senza consentire alcuna possibilità di emendamenti.
L’atto rappresenta una violazione palese dei principi stabiliti dalla sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale, che aveva demolito l’impianto della legge Calderoli sul regionalismo differenziato. La Consulta aveva ribadito con chiarezza la centralità del Parlamento e l’assoluta necessità di motivazioni specifiche, circostanziate e documentate a fondamento di qualsiasi richiesta di autonomia differenziata da parte di una regione.
I testi delle intese risultano sostanzialmente sovrapponibili e avranno pesanti ricadute su aspetti cruciali della vita dei cittadini: il diritto alla salute, i contratti di lavoro, il sistema previdenziale e la capacità dei singoli territori di affrontare emergenze ambientali e eventi climatici estremi.
Un governo indebolito dalle sconfitte elettorali sulla magistratura e costretto ad abbandonare il progetto del premierato, oltre che spaccato internamente sulla riforma elettorale, si aggrappa al vessillo della Lega come residuo di un patto di potere ritenuto scellerato.
Il passaggio alla Camera è previsto per lunedì 20 luglio. Qualora non si verificassero intoppi, il procedimento continuerà verso la stipula definitiva e la successiva presentazione dei disegni di legge alle Camere.
Rifondazione Comunista aderisce all’appello dei Comitati per una mobilitazione su tutti i fronti: parlamentare, sociale e territoriale, al fine di bloccare le intese e impedirne l’attuazione. Viene rivolto un appello ai parlamentari e ai presidenti di regione affinché utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione per difendere le comunità amministrate e per far valere i principi costituzionali e il primato dell’interesse generale. Un’esortazione particolare è indirizzata al Presidente della Puglia, che ha già pubblicamente espresso la propria contrarietà a questo processo.
