Di Luca Franceschi
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Dal 24 maggio, nel silenzio dei governi europei, dieci persone definite negoziatori della carovana di terra che intende portare gli aiuti a Gaza rimangono detenute nelle carceri di Bengasi, nella Cirenaica dove opera il generale Haftar. Un altro prigioniero si trova invece a Tripoli. Questi attivisti vengono accusati di solidarietà, eppure nessuno spenderebbe una parola in loro favore, in nome degli accordi stipulati con la Libia per bloccare le migrazioni, sottoscritti sotto il governo Gentiloni dal ministro Minniti e da allora costantemente rinnovati.
A quei governi vengono fornite armi per sparare a chi fugge e a chi soccorre, fondi per i centri di detenzione e formazione per le loro guardie. Viene accettato impunemente anche che, invocando la sicurezza nazionale e i rapporti con Israele, questi detenuti vengano tenuti in catene. Gli attivisti hanno intrapreso uno sciopero della fame, e quelli ristretti a Bengasi compartiranno domani davanti al giudice. Se non verranno liberati, le loro condizioni rischiano di aggravarsi ulteriormente.
Due dei detenuti sono cittadini italiani, tuttavia ciò che realmente conta è il fatto che, ancora una volta, in nome della realpolitik il diritto internazionale viene applicato parzialmente. Come recentemente affermato dall’attuale ministro degli Affari Esteri, il diritto internazionale ha validità soltanto fino a un certo punto.
Rifondazione comunista rivendica l’immediata liberazione dei detenuti e l’abrogazione del Memorandum of Understanding, autentico grande business sulla presunta sicurezza al quale si collegano torture, stupri e naufragi. Le autorità libiche ne sono direttamente responsabili, tuttavia i mandanti governano anche paesi come l’Italia, implicandoli nella responsabilità di questi crimini.
