Di Luca Franceschi
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L’Italia continua a perdere posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans frontières, scendendo dal 49° al 56° posto in soli dodici mesi. Un risultato che rappresenta un grave campanello d’allarme per lo stato della democrazia nel nostro Paese.
Chi esercita la professione di giornalista si trova esposto a crescenti minacce e rischi. In primo luogo, vi sono le intimidazioni provenienti dalla criminalità organizzata, in particolare nelle aree territoriali dove la mafia mantiene una forte presenza. A questi si aggiungono aggressioni fisiche e campagne di odio online, oltre all’utilizzo sempre più diffuso di querele temerarie come strumento per intimidire e silenziare chi fa informazione.
Accanto alle pressioni esterne, tuttavia, vi è una responsabilità diretta della classe politica. I tentativi di introdurre cosiddette “leggi bavaglio” che limitano la pubblicazione degli atti giudiziari rappresentano un’ingerenza diretta nel diritto fondamentale dei cittadini di essere informati. Parallelamente, la mancata riforma della governance della Rai, come richiesto dal Media Freedom Act europeo, mantiene il servizio pubblico televisivo sotto l’influenza della politica, compromettendone l’indipendenza.
L’Italia è in ritardo rispetto agli impegni assunti a livello europeo. La Direttiva contro le querele temerarie avrebbe dovuto essere recepita in legge nazionale entro una specifica scadenza ormai prossima, mentre il regolamento sulla libertà di stampa doveva essere pienamente implementato entro l’8 agosto dello scorso anno. Mentre le istituzioni europee si impegnano nel rafforzamento dei principi democratici, il nostro Paese rimane indietro in questa corsa cruciale.
Le richieste rivolte al Governo sono chiare e urgenti: attuazione immediata e completa dell’European Media Freedom Act; recepimento rapido della direttiva anti-SLAPP; interruzione di ogni tentativo di limitare la libertà di stampa; introduzione di misure concrete per proteggere i giornalisti che ricevono minacce.
La conclusione è inequivocabile: senza libertà di informazione non può esistere una vera democrazia. Ogni posizione persa nella classifica internazionale rappresenta una riduzione della libertà che riguarda non soltanto i professionisti dell’informazione, ma l’intera collettività.
