Di Luca Franceschi
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I dati dell’Istat confermano, su base tendenziale annuale, le preoccupazioni che da tempo emergono al di fuori del coro trionfalistico della maggioranza. Il quadro che emerge è complesso e articolato, evidenziando dinamiche occupazionali molto differenziate per fasce d’età e genere.
Il tasso di occupazione registra un aumento esclusivamente per le persone oltre i 50 anni. Tutte le altre classi di età sperimentano invece un calo o una stagnazione dei livelli occupazionali. Parallelamente, il numero degli inattivi cresce in modo significativo, aumentando di 320 mila unità, con una concentrazione particolare tra i giovani e nelle regioni meridionali. La quota degli inattivi raggiunge il 33,8% del totale della popolazione, con disparità di genere molto marcate: il 42,5% tra le donne e il 25,2% tra gli uomini.
I dati di flusso forniscono ulteriori elementi di preoccupazione. La permanenza nello stato di inattività aumenta di 4,5 punti, mentre i flussi dalla disoccupazione verso l’inattività crescono di 8,2 punti. Questo dato spiega perché il tasso di disoccupazione cala: non perché aumenta l’occupazione, ma perché le persone cessano di cercare attivamente un lavoro. Contemporaneamente, si riducono ulteriormente i flussi positivi dall’inattività verso la disoccupazione, con una diminuzione di 2,6 punti.
Il mercato del lavoro mostra inoltre una crescita vertiginosa del lavoro intermittente e a chiamata, aumentato dell’8,7% trasversalmente in tutti i settori economici. Nel comparto dei servizi di alloggio e ristorazione, l’incremento è ancora più accentuato, raggiungendo il 10,5%. Questo fenomeno comporta una riduzione significativa dell’intensità lavorativa per molti occupati: è necessario il contributo di quattro lavoratori e mezzo a regime intermittente per equivalere a una posizione di lavoro a tempo pieno. Tale situazione si accompagna a bassi salari e a una grande incertezza occupazionale e reddituale.
