Di Luca Franceschi
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L’arresto avvenuto oggi a Palermo del boss Raffaele Galatolo rappresenta la dimostrazione evidente di come tra la retorica del governo Meloni e la realtà concreta della lotta alla mafia esista un autentico burrone. Galatolo è uno dei boss irriducibili che negli ultimi anni sono usciti dal carcere, nel suo caso per semilibertà, per tornare immediatamente a presidiare i loro clan e i loro territori.
Il governo Meloni di fronte a questa situazione non interviene, mostrando tutta la sua ipocrisia. Da quasi quattro anni gli esponenti del centrodestra si limitano a fare affermazioni muscolari per sostenere di aver difeso il 41-bis, quando in realtà il cosiddetto carcere duro è fuori norma in tutta Italia e i boss continuano a poter comunicare con l’esterno.
Inoltre amano ripetere di aver difeso l’ergastolo ostativo, mentre la verità è che la loro legge del 2022 ha aperto le porte del carcere ai boss anche in assenza di effettivo e verificato ravvedimento e di ripudio autentico del codice culturale mafioso.
L’indagine che oggi ha portato a tredici arresti racconta, ancora una volta, come la mafia sia un tutt’uno con la criminalità dei colletti bianchi. Tra i reati contestati ci sono: bancarotta fraudolenta, riciclaggio, reimpiego, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse.
Il ministro Piantedosi, proprio oggi a Palermo, ha dichiarato che c’è da ritarare un po’ l’azione di contrasto alla mafia. No ministro, c’è da riprendere una lotta che negli ultimi anni è rimasta solo a livello di scadente retorica e propaganda.
Nel frattempo, nessuno denuncia più il pizzo perché le persone oneste non si sentono più tutelate da una politica priva di credibilità perché assente e affollata di personaggi sotto inchiesta per corruzione e permeabile a condizionamenti mafiosi.
Così si sono espressi i componenti del Movimento 5 Stelle nelle commissioni Giustizia e Antimafia.
