Di Luca Franceschi
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Il Movimento 5 Stelle chiede che il governo Meloni si presenti in Parlamento per discutere della possibile partecipazione italiana alla missione navale nello Stretto di Hormuz. Secondo i pentastellati, la premier non può cedere alle pressioni dell’amministrazione Trump, che ora pretende l’invio di dragamine italiani in una zona ad alto rischio di conflitto.
La critica del M5S si concentra sul fatto che questa non sarebbe più una missione post-conflitto, ma un dispiegamento militare in un contesto estremamente pericoloso, reso ancora più rischioso dal controblocco navale deciso dall’amministrazione americana nello Stretto di Hormuz.
I capigruppo del Movimento nelle Commissioni Esteri e Difesa sottolineano che una decisione di tale portata deve necessariamente passare attraverso il vaglio parlamentare. La loro posizione è ferma: l’Italia deve rimanere fuori da quella che definiscono “la guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu”.
Particolarmente grave, secondo il M5S, è la situazione dei militari italiani già schierati in Libano nell’ambito della missione Unifil. I pentastellati denunciano che questi soldati sono quotidianamente esposti a rischi crescenti, con episodi sempre più gravi che vedono protagoniste le forze israeliane.
Tra gli incidenti più recenti vengono citati carri armati israeliani che hanno bloccato e speronato mezzi militari italiani, oltre a soldati dell’Idf che hanno aperto il fuoco contro blindati della missione internazionale, sfiorando pericolosamente un militare italiano sceso dal mezzo.
Di fronte a questi episodi, che il Movimento definisce “intollerabili”, i pentastellati chiedono al governo di mostrare maggiore fermezza e dignità nei rapporti con Tel Aviv. In particolare, propongono di notificare immediatamente alle autorità israeliane la denuncia del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele.
Il timing della richiesta assume particolare significato, considerando che proprio in questi giorni il memorandum di cooperazione militare tra i due Paesi si rinnova automaticamente per altri cinque anni, rendendo ancora più urgente una riflessione politica sui rapporti bilaterali nel settore della difesa.
