Di Luca Franceschi
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**L’escalation dei prezzi energetici mette in crisi la programmazione economica del Governo**
L’impennata dei prezzi di petrolio e gas sta evidenziando le gravi lacune nella pianificazione economica dell’Esecutivo, come emerge dall’analisi del Documento programmatico di finanza pubblica presentato dal Governo. Le previsioni contenute nel documento appaiono oggi completamente disconnesse dalla realtà dei mercati energetici.
Nel suo scenario di base, il Governo aveva previsto per il 2026 un prezzo del petrolio a 66 dollari al barile e un prezzo del gas a 32 euro per megawattora. Anche nello scenario considerato di rischio, le stime risultavano decisamente conservative: 76 dollari per il petrolio (appena 10 dollari in più) e 42 euro per il gas (solo 10 euro aggiuntivi).
La realtà attuale ha però ampiamente superato anche le previsioni più pessimistiche dell’Esecutivo. Il petrolio ha raggiunto quota 110 dollari al barile, mentre il gas ha superato i 60 euro per megawattora, dimostrando quanto fossero inadeguate le proiezioni governative.
Queste sottovalutazioni hanno conseguenze dirette sulla crescita economica del Paese. La già modesta previsione di crescita dello 0,7% per l’anno in corso rischia ora di trasformarsi in stagnazione, aggravata dalla conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tale scenario avrà inevitabili ripercussioni sull’aumento del debito pubblico e su tutti gli altri parametri economici fondamentali.
La programmazione economica inadeguata si riflette anche nell’inefficacia delle misure adottate per fronteggiare il caro energia. I cosiddetti “decretini” su bollette e carburanti si limitano a interventi marginali, oscillando tra piccoli sostegni assistenziali e tagli temporanei delle accise che durano solo pochi giorni, senza offrire un aiuto concreto e duraturo a famiglie e imprese.
L’approccio del Governo appare vincolato da rigidi obiettivi contabili che impediscono di mettere in campo risorse adeguate e risposte efficaci in una fase così delicata. Invece di limitarsi a chiedere la sospensione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets), sarebbe necessario un approccio più coraggioso verso Bruxelles.
La strategia dovrebbe prevedere la richiesta di sospensione del Patto di stabilità europeo, strumento che consentirebbe di liberare risorse significative per sostenere concretamente il tessuto socio-economico nazionale. Parallelamente, occorrerebbe una tassazione seria e strutturale degli extraprofitti energetici, che negli ultimi tre anni hanno raggiunto la cifra straordinaria di 70 miliardi di euro.
Per il prossimo Documento di finanza pubblica, l’Esecutivo dovrebbe presentare alle Commissioni bilancio un quadro economico realistico e aderente alla situazione attuale, abbandonando previsioni che risultano ormai completamente fuori dalla realtà storica che il Paese sta attraversando.
