Di Luca Franceschi
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Le immagini e le testimonianze provenienti da Borgo Mezzanone descrivono una situazione allarmante, dove tra i braccianti circolano farmaci, alcol e sostanze utilizzate per sostenere ritmi di lavoro disumani. Si tratta di una realtà che non può essere considerata né normale né tollerabile in un Paese che si definisce civile.
L’atroce uccisione dei quattro braccianti avvenuta in Calabria per mano di caporali senza scrupoli rappresenta l’ennesima dimostrazione che il caporalato non costituisce un fenomeno marginale o residuale. Al contrario, si configura come un vero e proprio sistema criminale che prolifera dove esistono sfruttamento, ricattabilità, insediamenti informali e mancanza di controlli efficaci.
Da anni vengono denunciate le condizioni in cui migliaia di lavoratori agricoli sono costretti a vivere e lavorare in diverse aree del Mezzogiorno. Ghetti, baraccopoli, salari indegni, intermediazione illegale della manodopera e condizioni sanitarie spesso drammatiche rappresentano una ferita aperta per il nostro Paese che non può più essere ignorata.
Non è sufficiente intervenire solo dopo l’ennesima tragedia. Sono necessari controlli costanti nelle campagne, un incremento del numero di ispettori del lavoro, una lotta senza tregua alle organizzazioni criminali che gestiscono il reclutamento dei braccianti e un piano serio per garantire alloggi dignitosi. Occorre inoltre prevedere percorsi di integrazione concreti per chi lavora regolarmente nel settore agricolo.
Lo Stato non può voltarsi dall’altra parte di fronte a questa emergenza umanitaria e sociale che coinvolge migliaia di persone sul territorio nazionale.
