Di Luca Franceschi
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Il procedimento di infrazione che coinvolge tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea per il mancato recepimento della direttiva “Case Green” rappresenta un segnale inequivocabile che la norma risulta profondamente distaccata dalla realtà concreta e dalle necessità dei cittadini europei. Secondo questa lettura critica, quando nessuna nazione riesce a dare applicazione pratica a una direttiva, la responsabilità non ricade sui singoli Paesi ma sulla carenza di visione nel momento della redazione normativa, che non ha considerato adeguatamente gli impatti economici e sociali delle sue disposizioni.
La transizione ecologica rappresenta un traguardo di cui si riconosce pienamente la rilevanza e l’importanza, tuttavia non può configurarsi come un percorso forzato attraverso l’applicazione di criteri caratterizzati da un marcato orientamento ideologico. Questo approccio rischia concretamente di gravare su nuclei familiari, proprietari immobiliari e operatori economici con oneri che superano la capacità di sostentamento reale di questi soggetti. La scelta non può quindi essere quella di privilegiare posizioni ideologiche sacrificando il ragionamento pragmatico.
L’Unione europea è chiamata a gestire il processo di trasformazione ambientale con una metodologia basata su criteri pratici e concreti, assicurando sostenibilità dal punto di vista economico e riconoscendo le peculiarità proprie di ciascuno Stato membro. Le direttive imposte verticalmente, senza alcun margine di adattamento territoriale, determinano l’erosione della fiducia nei confronti delle strutture istituzionali europee. È indispensabile sviluppare una strategia di politica ambientale che sappia armonizzare simultaneamente la preservazione dell’ambiente naturale, lo sviluppo economico e il riconoscimento dei diritti proprietari individuali, evitando di trasformare l’abitazione dei cittadini italiani da elemento di sicurezza patrimoniale in una fonte di difficoltà e incertezza.
