Di Luca Franceschi
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La problematica del calcio italiano è ormai nota da troppi anni. Secondo quanto emerge dalla relazione del Presidente Gravina, emerge chiaramente l’impotenza dei protagonisti del mondo calcistico nel trovare soluzioni concrete. Sebbene tutti conoscano i nodi critici del sistema, nessuna delle componenti interessate risulta disposta a rinunciare a qualcosa per avviare quella riforma complessiva che appare ormai irrinunciabile.
La situazione continua a perpetuarsi anno dopo anno, con gravi conseguenze sui giovani talenti selezionabili. Le società preferiscono acquistare giocatori stranieri già pronti, ritenuti più convenienti e privi di complicazioni familiari e ambientali. Contemporaneamente, viene richiesto allo Stato denaro sotto forma di finanziamenti, sgravi fiscali e spalma debiti.
Il governo viene sollecitato a fornire risorse per consentire alle squadre di acquistare calciatori pronti immediatamente, in grado di garantire piazzamenti nelle zone che accedono alle competizioni europee, dalle quali derivano le principali entrate economiche. Questo meccanismo si ripete continuamente fino alla successiva delusione di un’eliminazione dai Mondiali. Tutto ciò accade in un contesto dove il calcio richiede costantemente denaro pubblico, ma non tollera alcuna interferenza da parte della politica, come correttamente previsto dalla normativa vigente.
In estrema sintesi, non si tratta di un problema legato a una singola persona, bensì di un sistema autoreferenziale e iperprotettivo che continuamente si autogenera. Modificando esclusivamente allenatori o singoli dirigenti, senza cambiare le regole fondamentali, la situazione rimane invariata. La politica non possiede i mezzi per operare questo cambiamento, mentre risulta altamente improbabile che coloro che traggono beneficio dal sistema attuale avviino autonomamente riforme significative.
Quello che serve è un grande reset complessivo. Non è sufficiente prendere atto dei problemi sollevati dal presidente Gravina, né tantomeno sostituire un allenatore. Il sistema calcistico necessita di una profonda revisione e di riforme strutturali a medio termine, che gli addetti ai lavori non sono stati in grado di realizzare fino ad oggi. È indispensabile l’intervento di un commissario competente, ma esterno al sistema, dotato di ampi poteri di riforma.
Solo a queste condizioni lo Stato potrebbe intervenire anche con sostegni economici e sgravi fiscali, poiché saremmo certi che le risorse vengano effettivamente impiegate per lo sviluppo dei vivai e la formazione di calciatori selezionabili dalla nazionale. Occorre definitivamente abbandonare la pratica di acquistare talenti già formati: l’Italia deve imparare a produrli internamente, attraverso investimenti strutturali nelle giovani leve.
