Di Luca Franceschi
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Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione, affermava che l’Ordinamento giudiziario rappresentava in parte una realtà concreta e in parte un programma ideale, un impegno e una promessa di lavoro ancora da compiere. Questa prospettiva rimane attuale nel dibattito sulla riforma della giustizia oggi al centro dell’attenzione del Paese.
La riforma oggetto del referendum rappresenta sostanzialmente il completamento della riforma Vassalli del Codice di procedura penale, una normativa che non proviene dalla destra bensì da una tradizione di riforme trasversali. Tale intervento ha segnato il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, un cambiamento strutturale di grande importanza per l’ordinamento italiano.
Il fatto significativo è che in Parlamento è riuscita a costituirsi una maggioranza particolarmente solida attorno a questa riforma, tanto solida da poterla finalmente completare dopo anni di dibattito. A supporto di questa posizione si schiera anche una parte del centrosinistra, come dimostrato dalla nascita dell’intergruppo parlamentare per il SÌ, che riunisce esponenti provenienti da PD, Italia Viva, più Europa e dalle forze centriste.
Alla luce di questi elementi, risultano poco credibili le giustificazioni che alcuni esponenti della sinistra avanzano per votare NO, quando le motivazioni addotte appaiono chiaramente di natura politica piuttosto che sostanziale. Una scelta che contrasta con l’adesione di importanti settori dello stesso schieramento progressista a una riforma che rappresenta il completamento di un percorso iniziato decenni fa con intenti riformatori bipartisan.
