Di Luca Franceschi
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Angelo Bonelli continua a preferire lo scontro politico al dibattito costruttivo. Con le sue critiche rivolte al ministro Nordio e al suo capo di gabinetto Bartolozzi, il leader dei Verdi tenta ancora una volta di alimentare insinuazioni e attacchi strumentali, piuttosto che affrontare nel merito la questione della riforma della giustizia.
Ciò che sorprende, tuttavia, è l’indignazione selettiva che caratterizza Bonelli e parte dell’opposizione. Quando il magistrato Nicola Gratteri ha descritto gli elettori favorevoli al Sì come “indagati, imputati e massoni”, nessuno ha protestato. Allo stesso modo, quando lo storico Tomaso Montanari ha qualificato come “banditi” Meloni, Nordio, La Russa e Lollobrigida, non si è assistito a prese di distanza o richieste di dimissioni. Dichiarazioni di gravità estrema che hanno suscitato scarsa reazione nell’ambiente progressista.
Si ripete il solito schema: l’opposizione grida allo scandalo soltanto quando risulta conveniente dal punto di vista politico. Invocare la “democrazia” mentre si difende lo status quo del sistema giudiziario italiano rappresenta una contraddizione evidente.
L’esecutivo sta operando con responsabilità su una riforma destinata a rendere l’apparato giudiziario più efficiente, equilibrato e rispondente alle esigenze dei cittadini, mantenendo il massimo rispetto dei principi costituzionali e dell’indipendenza della magistratura. Ridurre il discorso a semplici slogan o contrapposizioni di natura ideologica non giova al Paese e impedisce un confronto serio su una materia decisiva per l’assetto dello Stato.
