Di Luca Franceschi
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L’Europa ha commesso l’errore di concentrare eccessivamente il potere decisionale a livello centrale. Secondo questa prospettiva, le strategie industriali più efficaci nascono dalla conoscenza diretta della realtà manifatturiera locale, dai distretti produttivi e dalle filiere specifiche. Le istituzioni di Roma e Bruxelles non possono possedere la stessa comprensione delle esigenze concrete delle imprese rispetto a chi opera direttamente sul territorio, come nelle città di Piacenza o Cluj.
Il raggiungimento della competitività non coincide necessariamente con l’aumento dell’indebitamento. Inoltre, la crescita economica e il rigore fiscale non rappresentano obiettivi in contraddizione tra loro. L’Italia sta dimostrando concretamente questa compatibilità e l’Unione Europea dovrebbe trarre insegnamenti da questa esperienza positiva.
Queste considerazioni sono state espresse da Ylenja Lucaselli, parlamentare di Fratelli d’Italia e vice responsabile nazionale del dipartimento Economia del partito, durante i lavori dell’Economic Forum dei Conservatori e Riformisti Europei, svoltosi a Cluj Napoca in Romania.
Il paese italiano, che in passato veniva descritto come il malato economico dell’Europa, oggi presenta un quadro completamente diverso. Cresce a un ritmo superiore alla media dell’Unione Europea, attrae un numero record di investimenti esteri e contemporaneamente riduce il rapporto tra debito e prodotto interno lordo. Questo risultato non è casuale, bensì conseguenza di decisioni consapevoli e mirate.
Gli strumenti di Transizione 4.0 e 5.0 non rappresentano semplici proclami politici. Si tratta di crediti d’imposta concreti e operativi destinati alle aziende che scelgono di investire in processi di digitalizzazione, automazione e sostenibilità. È una forma di politica industriale che produce risultati effettivi perché nasce dalle necessità reali e dalle priorità delle imprese stesse.
Il modello italiano poggia su tre fondamenti essenziali: incentivi calibrati e specifici, privi di sostegni indiscriminati; una collaborazione genuina e concreta tra settore pubblico e settore privato; e il rispetto della sovranità e dell’autonomia dei territori dove si concentra la produzione.
