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PAT – ISPAT * EFFETTI DEL PERIODO COVID-19: «LA PANDEMIA HA AVUTO UN INFLUSSO PIÙ O MENO NEGATIVO SUL 17,7% DEGLI OCCUPATI»

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13.29 - giovedì 5 marzo 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Effetti del periodo Covid-19 su comportamenti sociali e lavoro in Trentino. I due anni di pandemia da Covid-19 hanno avuto anche in Trentino un considerevole impatto su cittadini e imprese. Il confronto tra l’anno 2022, il primo senza restrizioni pesanti alla libertà di circolazione delle persone, e il periodo prepandemico consente di evidenziare alcuni cambiamenti intervenuti nelle abitudini della popolazione e nel mercato del lavoro.
Circa un quarto della popolazione frequenta in misura minore rispetto a prima ristoranti, cinema e negozi, mentre il 22,5% fa più spesso passeggiate ed escursioni all’aria aperta. Sul fronte lavorativo, la pandemia ha avuto un influsso più o meno negativo sul 17,7% degli occupati.

L’Istituto di Statistica della provincia di Trento (ISPAT) presenta uno studio sulle conseguenze della pandemia da Covid-19 sul piano sociale e occupazionale in Trentino. Attraverso l’indagine “Condizioni di vita delle famiglie trentine”, edizione 2023, sono stati indagati i cambiamenti nei comportamenti sociali. Le domande sono riferite all’anno 2022, il primo senza limitazioni pesanti alla libertà di circolazione delle persone; inoltre si è analizzata la condizione occupazionale a dicembre 2019 per esplorare quanto successo agli occupati, distinguendo fra lavoratori dipendenti e autonomi, nel periodo fino al momento dell’intervista (giugno-novembre 2023).

Comportamenti sociali

 Confrontando il periodo pre-Covid e l’anno 2022, la frequentazione degli esercizi di ristorazione, come ristoranti e pizzerie, rimane uguale per il 55,7% dei residenti in Trentino, mentre diminuisce per il 27,1%. Anche l’abitudine a recarsi in negozi e centri commerciali subisce un contraccolpo, in quanto non varia per il 60,2% dei cittadini, ma cala per il 26,5%. Il dato è coerente con l’ascesa dell’e-commerce di questi anni.

 La partecipazione ad attività culturali non è ripresa completamente dopo i primi anni dell’emergenza Covid: la frequentazione di cinema, teatri e concerti risulta invariata per il 36,0% dei trentini e ridotta per il 24,2%. La frequentazione di musei e mostre si mantiene stabile per il 35,8% e diminuisce per il 20,3%, quella delle biblioteche non cambia per il 25,9% e decresce per il 15,4% (ma il 50,4% continua a non frequentare le biblioteche).

 Per quanto riguarda i luoghi di culto, in particolar modo le chiese, la frequentazione non vede variazioni per il 45,5% delle persone e si dirada per il 22,3%, mentre il 25,9% non risulta interessato né prima né dopo l’emergenza.

 La visita in giornata di borghi e città si conferma per il 54,0% delle persone e cala per il 17,0%, mentre aumenta per l’11,5%. Le passeggiate, escursioni nella natura incluse, mostrano l’unica prevalenza di frequenza in aumento: il 22,5% dei cittadini fa più spesso escursioni e passeggiate, a fronte del 14,7% che le ha ridotte e del 54,3% che non cambia questa abitudine.

 La frequentazione degli eventi sportivi risulta uguale per il 34,3% dei residenti e in flessione per il 15,5%, a fronte del 42,0% che non seguiva questo tipo di eventi né prima né dopo il periodo di crisi Covid-19.

 In generale, il recupero delle attività culturali è stato meno robusto di quello relativo alle attività commerciali e ricreative, in un contesto di contrazione dei comportamenti sociali analizzati dopo i primi anni pandemici (figura 1 e tavola 1).

 

 L’analisi per genere restituisce poche variazioni degne di nota: la frequentazione di ristoranti, trattorie e pizzerie si riduce nel 29,9% dei casi per le donne e solo nel 23,9% per gli uomini, mentre aumenta nel 9,4% dei casi per gli uomini e solo nel 6,0% per le donne; la frequentazione di negozi e centri commerciali vede un calo maggiore per le donne rispetto agli uomini (28,8% contro 24,0%).

 La frequentazione delle biblioteche registra variazioni più pronunciate nel caso delle donne, mentre lo stesso succede per gli uomini sugli eventi sportivi (figura 2). La polarizzazione delle variazioni sembra coerente con il maggiore interesse per un’attività specifica: in particolare sono le donne ad usufruire di più delle biblioteche sia prima che dopo l’emergenza Covid-19 (57,0% contro 41,5%), mentre gli eventi sportivi sono più partecipati dagli uomini (66,0% contro 50,8%).

 

Conseguenze sul lavoro
 Nel mese di dicembre 2019, poco prima della crisi causata dall’epidemia da Covid-19, la percentuale di occupati sulla popolazione maggiorenne residente in Trentino era attorno al 54%. Di questi, il 76% ha conservato l’occupazione al momento dell’intervista (giugno-novembre 2023).

 Fra coloro che hanno conservato l’occupazione, il 22,0% dichiara di aver attraversato delle fasi di criticità: uno o più periodi di pausa, non essere stato richiamato al lavoro (nel caso di occupazioni saltuarie), gravi perdite per l’attività in proprio. L’85,9% ritiene che i momenti di difficoltà siano dovuti al periodo di crisi Covid-19.

 Fra coloro che hanno invece perso l’occupazione, il 56,8% segnala di aver sperimentato una delle seguenti condizioni: non essere stato richiamato al lavoro, dimissioni dal lavoro, licenziamento, chiusura dell’attività autonoma. Il 24,6% attribuisce le cause dei problemi subiti alla crisi pandemica.

 Nel complesso gli occupati a dicembre 2019 che dichiarano di avere subìto conseguenze sulla vita lavorativa a causa del periodo pandemico rappresentano il 17,7%: il 9,4% ha sperimentato periodi di pausa, l’1,7% non è stato richiamato al lavoro nel caso di occupazioni saltuarie, l’1,3% si è dimesso, lo 0,7% è stato licenziato, il 4,0% ha registrato gravi perdite in caso di attività autonoma e infine lo 0,7% ha chiuso la propria attività (figura 3).

 I lavoratori dipendenti hanno sperimentato in misura maggiore rispetto ai lavoratori autonomi dei periodi di pausa nel lavoro a causa del periodo di crisi Covid-19: ne sono stati coinvolti il 10,2% dei dipendenti e il 6,6% degli autonomi. Complessivamente, considerando anche motivi diversi dal Covid-19, i periodi di pausa hanno colpito il 12,1% dei dipendenti e l’8,2% degli autonomi, dunque l’incidenza del periodo pandemico in entrambi casi è simile: più dell’80% pensa che i periodi di pausa siano stati causati dal periodo di emergenza sanitaria.

 Fra le conseguenze sperimentate dai lavoratori dipendenti vi sono le dimissioni: l’1,7% si è dimesso dall’occupazione che aveva a dicembre 2019 a causa del periodo di crisi Covid-19; lo 0,8% è stato licenziato a causa del periodo di crisi. In questo caso l’effetto del periodo Covid-19 è più ridotto: nel complesso le dimissioni coinvolgono il 10,7% degli occupati, con un’incidenza del periodo di crisi sull’evento pari al 15,6%; l’1,9% degli occupati è stato licenziato (con un’incidenza del 43,3%). Un’altra condizione di precarietà lavorativa riguarda il mancato richiamo dopo la fine di un contratto (nel caso di occupazioni saltuarie): coinvolge il 3,7% dei lavoratori dipendenti (per il 2,1% dei dipendenti ciò avviene a causa del periodo di crisi Covid-19, con un’incidenza del 56,9%).
 Nel periodo considerato i lavoratori autonomi hanno subìto gravi perdite economiche nel 19,5% dei casi (il 18,3% a causa della crisi pandemica, con il 94,1% di incidenza). Un ulteriore 9,4% ha chiuso la propria attività (il 3,0% a causa della crisi).

 Fra i lavoratori dipendenti che hanno sperimentato periodi di pausa durante il periodo di crisi sanitaria da Covid-19, l’incidenza è maggiore nel settore secondario, con il 20,6%; seguono commercio e altri servizi privati, con il 12% circa; diversamente, nel comparto PA, scuola, sanità e nel settore primario, le pause sono state minime (al di sotto del 4%)1.

 Nel caso di impieghi saltuari, i lavoratori dipendenti che non sono stati richiamati al lavoro risultano essere il 5,7% di coloro che operavano nel settore primario e il 4,7% di coloro che operavano nel commercio; per i rimanenti settori l’incidenza è quasi nulla. I dipendenti che si sono dimessi o che sono stati licenziati sono circoscritti perlopiù al settore del commercio: rispettivamente 4,0% e 2,5% del totale degli occupati nel settore.

 L’incidenza dei periodi di pausa a causa della crisi è maggiore nel settore secondario anche nel caso dei lavoratori autonomi, con il 13,6% dei lavoratori che ha sperimentato questa situazione, seguiti da sanità e scuola con il 12,5% e dal commercio con il 9,1%; l’incidenza è invece bassa negli altri servizi privati (3,4%) e nulla nel settore primario.

 I lavoratori autonomi che hanno riscontrato gravi perdite a causa del periodo di crisi Covid-19 sono il 31,8% nel commercio, il settore più colpito; a seguire di sanità e scuola con il 18,8%, i servizi con il 16,2%, il secondario con il 13,6% e il primario con l’8,9%. La chiusura dell’attività ha riguardato invece un gruppo più ristretto di lavoratori autonomi, con il commercio che vede l’incidenza più alta (5,5%) (figura 4).

 L’analisi per genere mostra che il 12,3% degli uomini inquadrati come dipendenti hanno riportato di aver subìto periodi di pausa a causa del Covid-19; le lavoratrici dipendenti riportano un livello inferiore, pari all’8,2%.
 Per quanto riguarda i lavoratori autonomi, si nota uno svantaggio femminile in conseguenza all’emergenza Covid-19: i periodi di pausa sperimentati dalle lavoratrici sono di poco superiori (7,8% contro 6,0%), mentre il distacco aumenta per quelle lavoratrici che hanno sperimentato gravi perdite (22,1% contro 16,3%) o la chiusura dall’attività (5,2% contro 1,8%) rispetto agli uomini.

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