(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Bonus terzo figlio: la risposta sbagliata a una domanda reale. C’è una differenza sostanziale tra sostenere la natalità e premiare chi decide di avere il terzo figlio. Il nuovo bonus decennale della Provincia di Trento per i terzi nati sceglie la seconda via e lo fa in modo deciso, blindando una misura da 37 milioni di euro ancora prima di valutare lo studio commissionato dalla stessa Giunta a Università di Trento, Fondazione Demarchi e Azienda sanitaria. Lo fa nonostante le critiche degli esperti, dei sindacati, dell’assessore Gerosa e persino dell’Associazione famiglie numerose del Trentino. E lo fa senza porsi una domanda essenziale: è davvero questo il modo migliore per invertire il calo della natalità? I dati, se non vogliamo ritenerli superati e inutili, dicono il contrario.
Dal 2010 al 2023 i primi figli sono calati del 28,7%, i secondi addirittura del 31,4%; i terzi figli? Stabili. Ma stabili in un contesto che crolla, e quindi sempre più residuali. Lo conferma il fatto che le coppie tra i 18 e i 39 anni con almeno un figlio sono passate dal 53,1% al 39,5%. Non è una flessione: è una trasformazione sociale. Nel periodo di rilevazione, i primi figli sono calati di circa 660 unità, i secondi di circa 580 unità, mentre i terzi sono rimasti pressoché invariati: un altro segnale che evidenzia quanto l’intervento sul terzo figlio rischi di agire in un’area marginale, senza incidere sul cuore del problema. Ma soprattutto, tra i circa 2.300 nuclei che avevano avuto il primo figlio, quasi 700 hanno rinunciato negli ultimi anni. È un dato che non può essere ignorato: se una misura non riesce a contenere il crollo del numero di famiglie con anche un solo figlio, non potrà risolvere il problema della natalità complessiva.
Premiare il terzo figlio significa intervenire solo su chi ha già superato lo scoglio, spesso difficile, del primo e
del secondo. È un incentivo che arriva tardi, quando la famiglia ha già preso forma o quando si è già deciso di scommettere su una vita che includa anche il secondo figlio, e questo è il nodo: oggi sono in diminuzione quelli che cercano di avere il secondo figlio, ma sempre meno anche quelli che hanno il primo.
C’è, in questa misura, un equivoco di fondo: credere che la natalità si giochi su chi è già dentro il sistema, quando invece oggi il vero tema è come permettere di costruire la famiglia a chi non riesce nemmeno a iniziarla. Serve una politica che agisca all’ingresso, non all’arrivo. Una politica capace di sostenere le giovani coppie prima ancora che diventino genitori, intervenendo sulla precarietà lavorativa, abitativa, sulla carenza di servizi, su una conciliazione che oggi è più promessa che realtà. Una politica che restituisca fiducia, non che la ricompensi con misure sporadiche.
Lo stesso presidente Fugatti, nell’annunciare il bonus, ha ammesso che “sul primo figlio ci sono scelte personali e culturali da rispettare”, verissimo, ma è proprio su quelle scelte che si deve avere il coraggio di incidere: non condizionandole, ma liberandole dagli ostacoli. Perché non è vero che non si hanno figli solo per una questione culturale: si rinuncia, più spesso, perché averli oggi sembra una corsa a ostacoli, una penalizzazione sia economica che professionale.
Una politica che guarda solo al terzo figlio rischia di mirare solo a uno spot di facciata utile per costruire un’immagine demagogica, ma sterile nei risultati; è una scorciatoia comoda, ma inefficace. Non a caso, lo stesso bonus da 5.000 euro introdotto nel 2023 per il terzo figlio non ha cambiato nulla nei numeri. Eppure si insiste, si investe, si rivendica una paternità politica che oggi divide la maggioranza più di quanto unisca le famiglie. Eppure, sarebbe ben più utile aiutare le oltre 1.600 famiglie che hanno iniziato un percorso genitoriale, e che in passato superavano le 2.000, piuttosto che limitarsi a incrementare il sostegno per le circa 400 che hanno già fatto una scelta consapevole e avanzata.
È in questa stessa logica di approssimazione che si inserisce anche un’altra contraddizione: si parla di incentivare la professione docente e al tempo stesso si ipotizza di utilizzare gli insegnanti in compiti non educativi, come lascia intendere il presidente Fugatti, in linea con le dichiarazioni di altri consiglieri della Lega, quando apre una riflessione sui mesi di giugno e luglio nella scuola primaria, dove, giustificando la proposta con la carenza di operatori nei centri estivi, crea di fatto i presupposti per un possibile impiego degli insegnanti in attività ricreative o di conciliazione. Ma la scuola non è un’agenzia multiservizi e i docenti non sono risorse da spostare a seconda della contingenza politica del momento svilendone le competenze. Se davvero si vuole rafforzare il ruolo dell’educazione e sostenere la natalità, si cominci a dare centralità alla Scuola nella sua funzione educativa e non a utilizzarla come bacino di manodopera gratuita per surrogare altre carenze.
Serve, al contrario, un cambio di sguardo; non si rilancia la natalità partendo dal traguardo, la natalità si difende all’inizio del percorso: quando si tratta di decidere se avere o no il primo figlio. È lì che le politiche pubbliche devono entrare: con assegni semplici ma immediati, con servizi educativi capillari, con aiuti concreti alle giovani coppie, con misure strutturali e non una tantum. Invece che discutere di bonus che pochi riceveranno, cominciamo a rimettere al centro chi oggi i figli li vorrebbe, ma non può.
Oggi, per molti, avere un figlio è diventato un atto di coraggio e chi sceglie di compierlo ha bisogno di fiducia, non di premi; ha bisogno di sapere che la politica non lo lascerà solo, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad affrontare un percorso, non che gli dia una semplice pacca sulla spalla quando è già alla fine.
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Maurizio Freschi
*Membro del Coordinamento Provinciale e Responsabile del Dipartimento Istruzione Regionale di Fratelli d’Italia
