(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Cara Francesca,
in relazione alle tue dichiarazioni presenti nel lancio Opinione di ieri (sotto il link – Ndr) mi sento di scriverti “benvenuta” nell’era del progressismo geometrico e della neolingua da bacheca social. Oggi, se un criminale toglie la vita a un essere umano, il problema non è più l’atto in sé, il mistero del male, la barbarie di una vita spezzata, ma il genere, l’età, l’etnia o il posizionamento d’immagine della vittima. Abbiamo trasformato la giustizia in un ufficio marketing e il codice penale in un campionario di moda.
Se seguiamo la logica delle locandine politicamente corrette, quelle che vi spiegano che un omicidio non è un omicidio ma una “questione sociologica retroattiva”, allora dobbiamo aggiornare il dizionario del pietismo selettivo. Perché accontentarsi del “femminicidio”? Apriamo i registri, tiriamo fuori i dati reali e iniziamo a inventare nuovi neologismi per vedere l’effetto che fa.
Diamo un’occhiata alla contabilità del dolore dell’anno appena concluso, il 2025, cifre ufficiali del Viminale e del Ministero della Salute alla mano:
Il Femminicidio: nel 2025 le donne uccise in Italia sono state 97. Un dato in calo, fortunatamente, ma che per la grancassa mediatica sembra pesare più di qualunque altra cosa sulla bilancia dell’universo. Il “Maschicidio” o “Maschiodio”: se sottraiamo le 97 donne dal totale dei 286 omicidi volontari registrati in Italia nel 2025, scopriamo che la stragrande maggioranza dei morti ammazzati sul campo sono maschi: ben 189 uomini uccisi.
Eppure per loro non esistono panchine rosse, non ci sono dirette a reti unificate, nessun assessore si strappa le vesti. Il maschio che muore fa statistica; la femmina fa palinsesto. Il “Bimbicidio”: e i bambini? Quelli uccisi dalla follia dei genitori, dalle vendette familiari o dall’abbandono. Perché non coniare un termine ad hoc per la categoria più debole e indifesa della società?
L’ “Aborticidio”: ma se la discriminante per meritarsi un neologismo e un’indignazione speciale è la “vulnerabilità della vittima”, allora dobbiamo scoperchiare il vero tabù della modernità. Parliamo dell’interruzione volontaria di gravidanza, l’eliminazione sistematica del più indifeso tra gli indifesi, colui che non ha nemmeno la voce per urlare il proprio “no”. Nel silenzio generale, le ultime stime ministeriali consolidano una media agghiacciante: circa 65.000 vite nascenti cancellate all’anno. Sessantacinquemila. Davanti a questa ecatombe legalizzata e sponsorizzata come conquista di civiltà, l’indignazione a gettone dei professionisti del buonismo si spegne improvvisamente.
Ecco il capolavoro della morale contemporanea: si fa selezione ideologica sulle bare. Ci sono morti di serie A, che garantiscono prime pagine e finanziamenti culturali, e morti di serie B, che l’ideologia preferisce nascondere sotto il tappeto della storia per non disturbare la narrazione. Finché la pietà sarà un fatto di genere o di convenienza politica, ogni vostra campagna di sensibilizzazione non sarà cultura: sarà solo, purissima, ipocrisia.
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Emilio Giuliana
Membro Direttivo nazionale Futuro nazionale
Comitato Futuro 214 nazionale
