Una doverosa premessa. Perché le posizioni della Süd-Tiroler Freiheit, del partito politico proponente, sono note.
Un partito con una marcata vocazione, ammiccante all’estrema destra, che spesso ostenta propagande francamente intollerabili.
Si pensi alla condanna dello scorso anno del Tribunale di Bolzano nella causa promossa da ASGI, che ha giudicato discriminatori i manifesti elettorali del 2023 contro i migranti.
Una responsabilità politica che rimane.
Dunque, una premessa necessaria, perché non si possa strumentalizzare il significato di questo dibattito per alimentare dimensioni politiche e sociali divisive in Sud Tirolo.
Ma la mozione presentata è sostanzialmente condivisibile sia nelle premesse sia nella parte dispositiva.
Per quanto vada ribadita la piena autonomia dei comuni, non possono esservi dubbi: come un imperativo categorico kantiano.
Il concetto stesso di cittadinanza onoraria è quanto di più inconciliabile possa esistere rispetto a Mussolini.
Un ossimoro, madido di sofferenza, dolore, morte.
Nello scempio dei diritti umani, nell’annichilimento della dignità dell’uomo.
Un ossimoro, dunque.
Perché di onore in questo dittatore nulla c’era, nulla c’è, nulla potrà esserci.
Ed è vero, va detto.
Come ricordato dallo storico Anselmo Vilardi: “il conferimento non nacque da un moto spontaneo della città ma si inserì in un’operazione orchestrata a livello nazionale dal governo fascista”, che attinse circa 6.600 comuni italiani su un totale di 9.000 circa, precipitando anche su Trento l’autoreferenziale decisione di regime poco prima che Matteotti fosse assassinato proprio su mandato di Mussolini.
Ma quel che oggi rimane per la città di Trento non è equivoco.
Sebbene il quorum dei quattro quinti in consiglio comunale non sia stato raggiunto a causa della scelta dei consiglieri di centrodestra, la mancata revoca della cittadinanza onoraria al Duce è per l’intera comunità trentina un fatto politico disonorante e riprovevole, di ingombrante ed autentica vergogna civile per le coscienze collettive e individuali.
Così, peraltro, la mozione presentata in Consiglio regionale inevitabilmente risollecita le contraddizioni manifeste che l’affaire Clara Marchetti già aveva palesato nelle maggioranze regionale e provinciali, palesi poco fa in quei voti rossi in aula.
Contraddizioni che rimarcano quell’innaturale coabitazione fra forze autonomiste biprovinciali e forze di destra, che hanno scelto ancora una volta, in modo francamente offensivo per le nostre comunità, di non condividere un deciso e definitivo giudizio critico su ciò che il fascismo è stato.
Proprio in questo contesto ho la convinzione che la mozione possa e debba diventare, in via ulteriore, occasione per fare i conti con il passato in modo ampio e condiviso. Perché Mussolini, sappiamo, non era solo. Con lui c’era Adolf Hitler.
Ed è innegabile: le responsabilità del nazismo, dell’occupazione nazista, anche e proprio per le nostre comunità biprovinciali, rimangono una ferita imperitura, ugualmente insopportabile. Le stesse Opzioni del ’38-’39, programmate e rese possibili dagli Accordi di Berlino del 23 giugno 1939, furono contestuali al Patto d’acciaio fra Hitler e Mussolini.
Una ferita aperta, di scientifica, micidiale mortificazione, umiliazione, discriminazione delle minoranze.
Ed oggi, proprio oggi, 22 aprile 1942, a 84 anni di distanza, ricorre per tutti noi il ricordo dell’esodo di Cimbri e Mocheni optanti, con l’evidenza, ancora una volta, del rinnovato significato della risposta al perché della nostra autonomia biprovinciale.
Allarghiamo, dunque, il raggio di riflessione politica, perché è anche in questo tipo di iniziative simboliche ampie e trasversali che rinnoviamo la comune matrice identitaria delle nostre terre di confini precipitati e subiti.
Quindi rinnovare il significato e l’attualità delle nostre autonomie biprovinciali.
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Consigliere Andrea de Bertolini
Pd Trentino
